Non deve essere piacevole trovarsi nei panni di Matteo Renzi e Pier Carlo Padoan. Il castello di carta su cui hanno costruito prima la legge di stabilità 2014 e poi il DEF 2015 sta crollando sotto i colpi di una congiuntura globale, ma soprattutto nazionale, diversa dalle loro “previsioni” che erano, lo si disse anche allora, speranze con poco fondamento.

Nel Documento di Economia e Finanza dell’aprile 2015, trasudante ottimismo, si leggeva “riflettendo la favorevole evoluzione del quadro macroeconomico, la crescita dovrebbe rafforzarsi gradualmente in Europa e in Italia“. Il quadro macroeconomico cui si faceva riferimento era formato da i) prezzi del petrolio in discesa, ii) Quantitative Easing della BCE, iii) riduzione della spesa per interessi dovuta all’ulteriore calo degli spread iv) assenza di segnali di recessione nei paesi nostri maggiori partner commerciali. Per quanto riguarda l’azione del governo, il prodotto interno lordo avrebbe beneficiato della riforma del mercato del lavoro che doveva portare, negli auspici di chi la disegnò, ad un rapido aumento degli occupati. Come vediamo, dunque, quattro su cinque dei fattori “positivi” erano di natura esogena e quel quadro economico è evaporato. Ammesso e non concesso fosse reale, ma questo implicherebbe tornare su temi che nFA ha affrontato svariate volte, dall’inefficacia della politica monetaria per la crescita alla necessità di veri tagli fiscali e di spesa. Il punto è che l’unico atto politico del governo teso a favorire la crescita, la mini-riforma del mercato del lavoro, ha lasciato praticamente le cose come erano.

Nella nota di aggiornamento di settembre questo ottimismo si riversava sulla previsione di crescita, migliorate dallo 0,7% allo 0,9% per il 2015, mentre tutti i principali osservatori nazionali e internazionali vedevano il pil crescere meno del previsto, allo 0,6%. La nota dell’Istat pubblicata la settimana scorsa ha certificato quello 0,6%, con un rallentamento della crescita nell’ultimo trimestre più marcato rispetto alle altre economie del vecchio continente. Si conferma insomma la tendenza italiana a frenare più degli altri.

In attesa di avere i consuntivi Istat il mese prossimo, il rapporto Debito-Pil dovrebbe attestarsi nel 2015 al 133,2% , in peggioramento rispetto al 132,4% del 2014, superiore sia al tendenziale che al programmatico, previsti a settembre al 132,8%.

Davanti a questi dati preoccupanti le reazioni di Padoan e del PD si sono limitate ad una infastidita alzata di spalle, sottolineando che è la direzione quella che conta, ovvero che dopo anni di recessione è il segno + (la crescita) a consolidarsi. Peggio hanno fatto volenterosi esponenti del Partito Democratico che sono riusciti ad esaltarsi per un risultato peggiore del previsto (l’onorevole Fedeli dovrebbe essere bocciata non dico in macroeconomia ma anche in economia domestica).

Peccato che fra quello 0,9% previsto e quello 0,6% realizzato, al netto della congiuntura peggiorata, ballino i principali impegni presi dal governo nei confronti della Commissione. In particolare è in serio pericolo l’Obiettivo di Medio Termine (MTO). Secondo le regole accettate col Six Pack, la componente strutturale del deficit non deve superare lo 0,5% (per componente strutturale si intende il disavanzo al netto delle correzioni per il ciclo economico e delle misure una tantum). Secondo il governo quest’obiettivo sarebbe rispettato, mentre le stime della Commissione dicono che il deficit strutturale è superiore di mezzo punto percentuale. L’insistenza un po’ lagnosa con cui Renzi chiede la possibilità di fare deficit aggiuntivo per ulteriore 0,2%, dopo aver utilizzato quello concesso (ufficialmente per l’emergenza migranti) in bonus dal sapore elettorale, lascia presagire che la percezione di aver fatto male i conti sia arrivata anche a Palazzo Chigi. Per poter rispettare l’ MTO il debito pubblico dovrebbe diminuire di 90 miliardi in valori assoluti (nel 2015 è aumentato di 33,8 mld, fonte Banca d’Italia bollettino n.9/2016) e di 8,4 punti nel triennio.

Il piatto che si gioca a questo tavolo di poker è l’applicazione delle clausole di salvaguardia. Nella legge di stabilità 2015 furono inserite queste clausole automatiche che sarebbero scattate in caso di risultati di finanza pubblica inferiori alle previsioni; una sorta di fidejussione a prima richiesta escussa a danno dei consumatori. Il gettito aggiuntivo atteso dall’aumento di 2 punti dell’iva nel 2015 e di un ulteriore punto nel 2016 era di 26,2 miliardi. Grazie alle clausole di salvaguardia la legge di stabilità passò l’esame della commissione e tutto il 2015 è stato un rincorrere risorse e artifici contabili per disinnescarle. L’azzardo è riuscito nell’anno appena trascorso, grazie anche ad una crescita delle entrate tributarie del 6% (guarda caso circa 26 miliardi), ma riportare a nuovo le clausole nei prossimi esercizi contabili non sarà sempre possibile, a maggior ragione se i segnali di rallentamento dell’economia saranno confermati.

Ma sul tavolo ci sono anche due elementi ancora più importanti in gioco. Da una parte la credibilità del governo, diventato avanguardia della protesta antiausterity proprio nel momento in cui la UE ha ceduto alla pressione di vari paesi per l’emissione di maggiore debito pubblico. Andare allo scontro con la Commissione e il Consiglio d’Europa, di cui siamo membri, è follemente miope perché, piaccia o no, le regole con cui si sviluppano le politiche economiche dei Paesi dell’Unione Europea sono effetto di un patto volontario fra di essi. Alzare la voce come un Varoufakis qualsiasi ci emargina invece di retituirci il ruolo di leader a cui, a parole, aspiriamo. Fare gli europeisti à la carte alla fine ci restituirà il ruolo di camerieri.

Dall’altra la pressione fiscale, che s’era almeno stabilizzata in percentuale del pil, ora rischia di riprendere la sua crescita, strozzando la già moribonda ripresa della domanda interna. Sappiamo che gli 80 euro, venduti come riduzione delle imposte nonostante contabilmente siano ascrivibili a maggiore spesa pubblica, hanno avuto effetti trascurabili sull’aumento dei consumi. Sappiamo altresì che gli stessi consumi sono indispensabili per sostenere un quadro economico fiaccato dal rallentamento dell’economia cinese e di quella dei paesi esportatori di materie prime, dalla recessione russa e brasiliana e dalle tensioni geopolitiche. Aumentare di 2,5 punti l’iva produrrebbe effetti pesantissimi sulla domanda con invetabili ripercussioni sul PIL e quindi sugli obiettivi di pareggio di bilancio.

Se fosse possibile avere risposte dal governo, queste sarebbero le domande da fare:

  1. Se sono previsti tagli alla spesa pubblica, dopo che l’abilità mostrata è solo quella a tagliare i commissari alla spending review, dove e con quale profondità si opereranno questi tagli;
  2. Perché i dati sul defict strutturale sono così difformi da quelli della Commissione Europea;
  3. Come intende rispettare il DEF che prevede una crescita nel 2016  all’1,4% e nel 2017 all’1,6%
  4. Come sarà rispettato nel 2016 il deficit tendenziale dell’1,4% e quello strutturale dello 0,4%;
  5. Qualora l’autorizzazione ad aumentare di due decimi di punto il deficit non arrivasse, come intende il governo far fronte alla probabile procedura di infrazione in arrivo;
  6. Qualora invece arrivasse, poiché se rispettata la regola del deficit quello aggiuntivo deve essere destinato ad investimenti, a quali investimenti intende dare priorità;
  7. Come sarà possibile ridurre lo stock di debito di 90 miliardi e il rapporto sul PIL al 124,8% entro il  2017.    Attendiamo risposte ben sapendo che le uniche due non accettabili sarebbero #statesereni e #gufi.