L’ ITALIA CHE VOGLIAMO

LIBERI CITTADINI

SEI PROPOSTE PER UNA POLITICA DELL’IMMIGRAZIONE

Ci sono almeno sei cose che i governi europei dovrebbero fare, e velocemente, al cospetto della crisi migratoria che è solo la faccia più visibile dell’instabilità del Medio Oriente e della povertà di certi paesi africani, due questioni di antica data che l’Europa non ha mai voluto guardare in faccia e affrontare con metodo e con un insieme di diverse politiche tutte necessarie per concorrere a un risultato positivo.

La gestione dei flussi migratori, le politiche di accoglienza e di respingimento, l’impatto benefico o negativo sul mercato del lavoro, il ruolo che essi hanno in una società come quella italiana caratterizzata da una bassissima natalità e da un saldo negativo nella crescita della popolazione, rappresentano la sfida non dell’oggi, ma di un’epoca.

La loro complessità e le loro implicazioni travalicano ampiamente l’azione di un singolo paese, anzi rendono quasi inutile un approccio singolo. E’ a livello europeo che occorre dare risposta organiche, come chiesto dalle istituzioni UE ma come finora è stato negato dai suoi Stati membri.

Queste sono le cinque proposte dei Liberi Cittadini all’Europa e al governo italiano affinché se ne faccia promotore nelle sedi europee.

1) Convocare l’attesa ma, a tanti anni dall’inizio della crisi, ancora non realizzata conferenza internazionale sui profughi siriani. La conferenza deve avere come scopo una ripartizione dei flussi, ma soprattutto il miglioramento significativo delle condizioni dei campi dei rifugiati collocati in Libano, Giordania e Turchia. Le cattive condizioni di questi campi sono una causa diretta delle partenze verso l’Europa. Come misura complementare, i paesi europei devono onorare l’impegno preso di versare un miliardo di euro all’Alto Commissariato per i Rifugiati dell’ONU, che si fa carico della gestione di questi immensi campi profughi, privilegiando un approccio regionale e attraverso gli organismi internazionali, piuttosto che attraverso accordi bilaterali come quello siglato con la Turchia.

2) Creare un Sistema Europeo di Controllo delle Frontiere, unitario e finanziato da un bilancio comune, con personale che risponda a un’autorità europea e non a uno dei ventotto Stati membri, capace di registrare e identificare come richiedente d’asilo o come migrante economico chiunque arrivi alle nostre frontiere esterne – che sono comuni vista la libera circolazione intra-europea e in modo anche da evitare l’innalzamento di questi grotteschi muri tra paesi membri.

3) Aprire un Sistema Europeo Unico di Asilo, che riveda radicalmente il regolamento di Dublino e che metta fine una buona volta alla cacofonia di ventotto procedure diverse, una per Stato membro.

4) Varare una vera programmazione europea dell’immigrazione, con un solo sistema per regolare il flusso di chi vuole venire in Europa per ragioni di opportunità economica, anche attraverso una profonda revisione del sistema della “Carta blu”, destinato agli immigrati con qualifiche professionali di immediato interesse per il mercato europeo, e chiudendo il meccanismo dei ventotto diversi sistemi nazionali, in modo da rendere possibile per lavoratori qualificati o meno di accedere al lavoro in Europa solo se soddisfano criteri oggettivi e trasparenti.

All’intero di questa politica europea dell’immigrazione, ogni paese, cominciando da quello italiano, deve effettuare una seria valutazione della capacità di assorbimento e dei bisogni del proprio mercato del lavoro, anche nel quadro della rispettiva situazione demografica e delle previsioni del fabbisogno previdenziale.

5) Predisporre una normativa europea, almeno a livello quadro, che stabilisca quei comportamenti che portino alla perdita della cittadinanza di un paese membro dell’Unione Europea, come l’adesione al terrorismo internazionale che ha come scopo esistenziale la distruzione dei valori europei.

6) L’Europa deve aiutare la crescita di un islam europeo – al pari delle esperienze storiche che hanno portato all’identità di un islam americano, africano o indonesiano, tanto ricchi nella loro spiritualità quanto parte delle rispettive culture democratiche.  In assenza di una base legale nei trattati per un’iniziativa dell’UE in materia, è urgente una cooperazione fra governi europei per creare un quadro normativo organico che regoli i rapporti tra gli Stati e la religione islamica. Questo può accadere solo in un contesto di laicità dello Stato e del suo sistema scolastico, ma deve riguardare anche l’organizzazione delle comunità, dei centri culturali, dei luoghi di culto e delle credenziali delle autorità religiose – aspetti oggi regolati in modo assai eterogeneo o non regolati. La libertà di culto deve essere assoluta ma a condizione di essere del tutto compatibile con l’ordinamento costituzionale e i valori fondanti delle società europee.

7) Favorire regole che facilitano il commercio come i paesi del sud che si siano dotati di istituzioni democratiche, come Marocco e Tunisia, in modo da incentivare l’afflusso e lo scambio di merci anziché quello dei lavoratori, e lo sviluppo locale.

Questi sette punti non costituiscono una lista esaustiva degli impegni necessari. Ma sono tutte iniziative indispensabili e da intraprendere insieme, perché ognuno di questi aspetti condiziona gli altri. Si tratta di sette sfide che seppur complesse non hanno niente d’impossibile e che se realizzate permetterebbero immensi risparmi finanziari rispetto ai rivoli di denaro sprecati dai ventotto paesi ciascuno per proprio conto. Sette cose per dare una risposta strutturale a un problema che non può essere risolto con decisioni prese a spizzichi e bocconi, anche se positive come quella di redistribuire 120.000 rifugiati.

I Liberi Cittadini ritengono anche che ci sia un ottavo punto su cui devono orientarsi i governi europei: sforzarsi di capire che se la strada qui delineata è laboriosa e ben diversa dal mero coordinamento di ventotto sovranità e politiche nazionali, essa è soprattutto urgente. Ogni giorno che passa nell’attuale traccheggiare, chiedendo più “coordinamento” e maggiore “solidarietà” ma restando fermi alle logiche delle politiche nazionali, rende la situazione molto più difficile, tanto più in presenza di un possibile collasso della Libia.

Infine, anche un’ultima raccomandazione, non per i governi, ma per i cittadini europei: è interesse di tutti capire che solo un’Europa unita e forte può fare fronte a quanto sta accadendo, che nessuno si salva da solo chiudendosi nel suo campicello protetto da qualche muretto o da qualche sgambetto, e che è dovere di ciascuno di noi pretendere dai propri governi un cambio di marcia, senza illudersi che le cose a Bruxelles accadano nella giusta direzione in mancanza di una vera pressione popolare.

LIBERI CITTADINI

CINQUE PROPOSTE PER USCIRE DALLE RETORICHE E PASSARE AL FARE CONTRO IL TERRORISMO JIDAHISTA

La prima, la più ostica: che guerra sia

E’ significativo che nessun paese europeo dopo gli ultimi attentati abbia davvero minacciato lo Stato Islamico, che li ha rivendicati. Fare la guerra è sempre una scelta impopolare e in genere da evitare: ha portato a disastri in Iraq e in Libia, costa in termini finanziari ed elettorali, violenta i nostri valori. E poi, in verità, con lo Stato islamico si ha paura, per le facili rappresaglie in Europa e per la durezza dei combattimenti in Siria e in Iraq. E così, come con la Turchia rispetto all’immigrazione, anche per la sua sicurezza l’Europa è più propensa a esternalizzare le sue responsabilità: magari anche con i nostri soldi o qualche aereo, ma che ci pensi qualcun altro a fare la guerra allo Stato Islamico – i curdi, Assad, gli iraniani, i russi, gli americani.

Ma non funzionerà mai. E in questo caso si dovrà smettere di illudersi che si possa creare un cordone sanitario intorno allo Stato Islamico, anziché colpirlo direttamente in Siria e in Iraq con una coalizione internazionale, in un intervento anche di terra. Una guerra è sempre una sconfitta e non sarà mai risolutiva, ma ormai è indispensabile privare l’IS del suo centro finanziario, di produzione del petrolio, di addestramento, di attrazione, di armamento che da anni tolleriamo alle soglie dell’Europa, quasi sulle rive del Mediterraneo. Un luogo col quale tutti i terroristi hanno fatto l’andata e ritorno più volte. E noi a guardare, o a sperare che siano altri a colpire.

La seconda: una real politik con la Russia & c.

Ricucire, politicamente e operativamente, con la Russia e i suoi alleati. La verità è che lo pensano tutti, ma pochi lo dicono. Mai stati filo-Putin, tantomeno filo-Assad – dio ce ne scampi. Ma in guerra non si può vincere se non si uniscono le forze con chi combatte il nostro stesso avversario. Finora questa divisione è stata un regalo enorme allo Stato Islamico.

La terza: mettere al bando il “coordinamento” nei servizi, nelle indagini, nelle leggi

Procura e intelligence federali, subito. Ci vorrà tempo perché funzionino a dovere, ma più tardi si comincia e più alto sarà il prezzo da pagare. Continuare a muoversi col pestifero coordinamento tra ventotto paesi, e poi tra questi ventotto e i vari paesi amici, è un altro regalo a un jidahismo che invece opera in modo transnazionale e unito. Non diversamente, è uno scandalo che si aspetti ancora una vera legislazione europea anti-terrorismo: incentivare il pentitismo, revocare la cittadinanza europea ai terroristi, punire le apologie ideologiche, confiscare i beni, uniformizzare le tipologie di reato.

La quarta: aiutare un islam europeo

Rafforzare i rapporti con l’islam organizzato in Europa, favorendone la libertà di culto e l’integrazione culturale in una società laica, ma regolarne a livello UE alcuni meccanismi come le la formazione e la nomina degli imam, il finanziamento internazionale, l’attività nel pieno rispetto dei valori e delle leggi europee.

La quinta: non tacere sulla realtà di certe nostre strade

Una conferenza europea avvii una riflessione su come sia possibile che molti giovani di Molenbeek, cittadini europei, abbiano mostrato simpatie nei confronti dei terroristi ricercati, anche al momento della loro cattura. E’ il nodo più sfuggente, anziché chiudere gli occhi, come in Belgio, si cominci a capire cosa occorre nelle scuole, nell’informazione, nelle leggi, nell’organizzazione delle città, nella cultura, perché non si formi più nel cuore dell’Europa una sacca di omertà e di accondiscendenza, se non peggio.

Cinque proposte, in realtà non modeste, ma complesse, che vanno da un nuovo intervento militare a meccanismi finalmente federali. Ma tutte indispensabili e fattibili, tutte dipendenti solo da noi e dalla nostra intelligenza di uscire dalla retorica e dal mondo dei sogni per passare ai fatti. E senza le quali, saremo solo noi europei gli artefici delle nostre disgrazie e continueremo a sentire, come oggi a Bruxelles, il passaggio di continue sirene della polizia come uno sciame di vespe impazzite e impotenti.