La prima, la più ostica: che guerra sia.

E’ significativo che nessun paese europeo dopo gli ultimi attentati abbia davvero minacciato lo Stato Islamico, che li ha rivendicati. Fare la guerra è sempre una scelta impopolare e in genere da evitare: ha portato a disastri in Iraq e in Libia, costa in termini finanziari ed elettorali, violenta i nostri valori. E poi, in verità, con lo Stato islamico si ha paura, per le facili rappresaglie in Europa e per la durezza dei combattimenti in Siria e in Iraq. E così, come con la Turchia rispetto all’immigrazione, anche per la sua sicurezza l’Europa è più propensa a esternalizzare le sue responsabilità: magari anche con i nostri soldi o qualche aereo, ma che ci pensi qualcun altro a fare la guerra allo Stato Islamico – i curdi, Assad, gli iraniani, i russi, gli americani.

Ma non funzionerà mai. E in questo caso si dovrà smettere di illudersi che si possa creare un cordone sanitario intorno allo Stato Islamico, anziché colpirlo direttamente in Siria e in Iraq con una coalizione internazionale, in un intervento anche di terra. Una guerra è sempre una sconfitta e non sarà mai risolutiva, ma ormai è indispensabile privare l’IS del suo centro finanziario, di produzione del petrolio, di addestramento, di attrazione, di armamento che da anni tolleriamo alle soglie dell’Europa, quasi sulle rive del Mediterraneo. Un luogo col quale tutti i terroristi hanno fatto l’andata e ritorno più volte. E noi a guardare, o a sperare che siano altri a colpire.

La seconda: una realpolitik con la Russia & C.

Ricucire, politicamente e operativamente, con la Russia e i suoi alleati. La verità è che lo pensano tutti, ma pochi lo dicono. Mai stati filo-Putin, tantomeno filo-Assad – diocenescampi. Ma in guerra non si può vincere se non si uniscono le forze con chi combatte il nostro stesso avversario. Finora questa divisione è stata un regalo enorme allo Stato Islamico.

La terza: mettere al bando il “coordinamento” nei servizi, nelle indagini, nelle leggi.

Procura e intelligence federali, subito. Ci vorrà tempo perché funzionino a dovere, ma più tardi si comincia e più alto sarà il prezzo da pagare. Continuare a muoversi col pestifero coordinamento tra ventotto paesi, e poi tra questi ventotto e i vari paesi amici, è un altro regalo a un jihadismo che invece opera in modo transnazionale e unito. Non diversamente, è uno scandalo che si aspetti ancora una vera legislazione europea anti-terrorismo: incentivare il pentitismo, revocare la cittadinanza europea ai terroristi, punire le apologie ideologiche, confiscare i beni, uniformizzare le tipologie di reato.

La quarta: aiutare un Islam europeo.

Rafforzare i rapporti con l’islam organizzato in Europa, favorendone la libertà di culto e l’integrazione culturale in una società laica, ma regolarne a livello UE alcuni meccanismi come le la formazione e la nomina degli imam, il finanziamento internazionale, l’attività nel pieno rispetto dei valori e delle leggi europee.

La quinta: non tacere sulla realtà di certe nostre strade.

Una conferenza europea avvii una riflessione su come sia possibile che molti giovani di Molenbeek, cittadini europei, abbiano mostrato simpatie nei confronti dei terroristi ricercati, anche al momento della loro cattura. E’ il nodo più sfuggente, anziché chiudere gli occhi, come in Belgio, si cominci a capire cosa occorre nelle scuole, nell’informazione, nelle leggi, nell’organizzazione delle città, nella cultura, perché non si formi più nel cuore dell’Europa una sacca di omertà e di accondiscendenza, se non peggio.

Cinque proposte, in realtà non modeste, ma complesse, che vanno da un nuovo intervento militare a meccanismi finalmente federali. Ma tutte indispensabili e fattibili, tutte dipendenti solo da noi e dalla nostra intelligenza di uscire dalla retorica e dal mondo dei sogni per passare ai fatti. E senza le quali, saremo solo noi europei gli artefici delle nostre disgrazie e continueremo a sentire, come oggi a Bruxelles, il passaggio di continue sirene della polizia come uno sciame di vespe impazzite e impotenti.