Tutto è potenziale in Perú. La sua geografia e ricchezze ambientali ne fanno uno dei paesi più promettenti dell’America Latina. Gli altipiani andini sono colmi di minerali, inclusi materiali rari, e fiorenti per le coltivazioni. L’interno dell’Amazzonia trabocca di acqua per la produzione idroelettrica e risorse boschive. Il capitale umano è mediamente istruito e il settore privato vivace. I porti della costa ovest del Pacifico sono un trampolino verso Asia e Cina. I suoi cinque confini lo posizionano come l’hub logistico naturale per l’integrazione regionale. Nonostante un 3.70% di crescita annuale, grazie alla bilancia commerciale delle esportazioni, sinora è tuttavia mancato un chiaro disegno di sviluppo. Il dominio coloniale spagnolo, e poi quello del capitale nordamericano, così come l’alternanza al potere della borghesia urbana, legata alle estrazioni minerarie, e la grande proprietà terriera, hanno soggiogato il Perú al ruolo di fornitore di materie prime e alle fluttuazioni dei prezzi sul mercato globale. L’industria occupa appena il 18% degli attivi, contribuendo per il 26% alla formazione del Pil. Il panorama socio-economico è contraddittorio: il Pil pro capite è di 5.974 dollari, ma il 23% degli abitanti vive in povertà, il 10% in povertà estrema, e gli adulti analfabeti sono il 12%. Il 60% dei lavoratori peruviani è collocato nel segmento informale, sprovvisto di qualsivoglia protezione sanitaria o previdenziale, e prospettive di evoluzione salariale o professionale.

Nel suo discorso di inaugurazione il presidente Pedro Paolo Kuczynski, ex-ministro dell’energia e dell’economia, e leader di “Peruviani per il Cambio” (PPK, dove la “K” sta per “cambio” e “Kuczynski”), ha annunciato che l’indigenza sarà contenuta e la crescita irrobustita. Il suo piano include sei priorità, dall’ordine pubblico e riforme dell’apparato di polizia, a un progetto nazionale per l’accesso all’acqua potabile e l’irrigazione agricola, vitali per migliorare la salute e la sicurezza alimentaria dove è concentrata l’esclusione. Il suo debutto è avvenuto nel 2011, quando corse per la presidenza con una coalizione di partiti di minoranza. Arrivò terzo, dopo la favorita Keiko Fujimori, che Kuczynski appoggiò nel ballottaggio, e il trionfatore Ollanta Humala, il quale rimase in carica per due mandati. L’ultima campagna elettorale ha ironicamente visto Kuczynski battersi contro la figlia di Alberto Fujimori, e una candidata di sinistra, Veronica Mendoza, sociologa educata in Francia. Nel round di partenza, con sei aspiranti, Fujimori ha ottenuto il doppio dei voti di Kuczynski, senza però aggiudicarsi il turno, e Mendoza si è collocata terza con quasi il 20% delle preferenze. Nell’ultima fase, Kuczynski ha vinto il 50.2% dei voti validi, ma a dispetto di una vittoria stentata ha guadagnato supporto.

A cento giorni dall’insediamento del nuovo esecutivo, per comprendere a fondo una situazione che era stata proclamata come la disfatta di Keiko Fujimori, ho sostenuto una conversazione con Miguel Hilario, membro della nazione shipibo-konibo dell’Amazzonia peruviana e PhD in antropologia politica all’Università di Stanford, dopo aver realizzato studi di economia e politica all’Università di Oxford. Hilario è stato membro del gabinetto del presidente Alejandro Toledo, in carica tra il 2001 e il 2006, ha lavorato per il governo federale degli Stati Uniti, la Banca Interamericana di Sviluppo e l’Unicef. Promotore di una proposta per il suo paese incentrata su un “modello economico e di mercato umanista”, e fondatore del “Partito Pluralista del Perú” (PPP), si è presentato come candidato presidenziale alle elezioni del 2016, il primo indigeno amazzonico a lanciarsi nell’intento.

MP: La nomina del presidente Kuczynski è stata interpretata da molti analisti come una conseguenza del lievitante rifiuto del populismo di sinistra latinoamericano che ha portato in auge una rinnovata classe dirigente in Argentina, Colombia, Cile e Messico. In aggiunta, i sondaggi di opinione attribuiscono allo stile moderato di Kuczynski e la sua capacità di comunicazione un rating del 60% di gradimento in confronto all’opposizione.  Il suo mandato quinquennale è anche decollato con un largo assenso del suo gabinetto lo scorso 19 agosto (dei 130 deputati, 121 si sono espressi a favore).  Condividi tale lettura?

MH: Le presidenziali sono state caratterizzate da un sentimento di scelta del male minore. Nel 2006, tra Humala e García, i peruviani si sono trovati davanti all’opzione di due patologie letali, magari una solo più lenta, e da quel suffragio hanno alternato la propria causa di decesso, pur consapevoli della sua gravità. Questo pragmatismo è stato evidente nell’ultima tornata. Era ovvio che l’elettorato non fosse incline né a un governo tradizionale di sinistra né a un governo tradizionale di destra, in special modo se macchiato da atti di corruttela come il clan Fujimori. Il male minore si è materializzato in un guru del libero mercato che perpetuerà lo schema economico da tempo imposto al Perú con qualche manovra populista anti-corruzione. D’altra parte, Kuczynski, additato nel passato di essere un lobbista per le compagnie di petrolio e gas, e accusato di voler mettere in vendita il paese e le sue risorse, ha prevalso solo al ballottaggio, e con una manciata di 39.000 voti. Il suo gabinetto è stato approvato grazie all’ausilio del partito di Keiko Fujimori, che ha la preponderanza assoluta in parlamento. Uno scambio di favori ha già avuto luogo con la designazione del difensore per i diritti umani tra gli uomini di Fujimori, sebbene non fosse qualificato. Come si può capire, il successo di Kuczynski non è necessariamente frutto di un’aggregazione intorno alla sua ideologia e alle sue soluzioni e gli sarà difficile portare a termine riforme legislative di rilievo [l’impianto democratico peruviano si poggia su una presidenza semi-parlamentare che può essere sfiduciata dalla camera, ndr].

MP: Il capo del consiglio dei ministri, Fernando Zavala, si è impegnato a “modernizzare” l’economia e diminuire la povertà attraverso una maggiore produttività e spesa sociale in educazione, salute ed edilizia pubblica. L’obiettivo prioritario del piano di governo è di abbassare la povertà al 15% in cinque anni ed espandere la crescita annua del 5%. Il salario minimo equivale a 285 dollari mensili, quindi dovrebbero sussistere spazi di ottimizzazione, se l’economia avanza rapidamente. Fino a che punto pensi sia fattibile?

MH: L’economia peruviana è vincolata al commercio internazionale, anche se poi le sue attività si limitano in gran parte alla svendita delle proprie risorse naturali alla Cina. Quindi è difficile fare previsioni nella nota volatilità dei mercati. Per il 2016, la Banca Mondiale ha pronosticato una crescita del 3.3%, e il Fondo Monetario Internazionale del 3.7%, e non c’è possibilità che arrivi al 5%, se non si applica una strategia di diversificazione. Allo stesso tempo, le statistiche di riduzione della povertà sono state duramente questionate dagli abitanti periurbani e rurali della fascia costiera e delle regioni andina e amazzonica. Mentre la riforma del libero mercato degli anni ’90 ha contribuito a una crescita costante, dovuta agli alti prezzi delle materie prime, non ha cambiato nella sostanza le vite dei milioni di poveri che restano marginalizzati per provenienza geografica, etnicità e genere. Una stima indipendente della povertà, slegata dagli interessi diretti del governo, non è garantita in Perú, dove le statistiche ufficiali vengono impastate dai notabili di passaggio per trarne vantaggi politici. I programmi sociali vigenti – Pensión 65, Juntos, Cuna Más, Sistema Integral de Salud, sono piagati dalla corruzione. Nessun decurtamento significativo della povertà avrà mai luogo a meno che questi vengano revisionati e riorganizzati, a beneficio dei peruviani poveri. Inoltre, non avverrà alcun cambio se la corruzione non è metodicamente attaccata e neutralizzata nell’amministrazione dello stato e nella mentalità di quanti la accettano per qualche briciola caduta dal piatto. In materia di lotta alla corruzione, il PPP prospetta la conversione a un governo elettronico dove tutto possa essere tracciato. ll PPP vuole diversificare l’economia con la generazione di partnership pubbliche e private per il rafforzamento dell’infrastruttura viaria, riqualificare l’agricoltura in produzione organica e aprire mercati per le competenze dei popoli aymara e quechua, e impiantare un’industria turistica imperniata sul nostro patrimonio culturale ed ecologico.

MP: La presidenza di Kuczynski sarà guidata da 19 ministri, di cui 6 donne. Si tratta di una squadra giovane selezionata per l’expertise tecnica più che per le connessioni partitiche. Hanno lasciato posizioni ben retribuite in imprese internazionali, come Zavala, che era un manager della SAB Miller, e Alberto Thorne, il ministro delle finanze, che era a capo delle operazioni in America Latina della Goldman Sachs.  A tuo parere, manca qualcosa nella conformazione di un team simile?

MH: A un esame iniziale, sembrerebbe che i ministri siano indipendenti; nondimeno, fonti interne avrebbero confermato che si tratta di simpatizzanti di Kuczynski di lunga data. Al contrario di quello che alla stampa estera è piaciuto diffondere, sono saliti a bordo precisamente per il loro schieramento. Nessuna novità da questo punto di vista. Mentre l’esperienza nel settore privato è importante, è altrettanto fondamentale che i rappresentanti politici conoscano la realtà dei cittadini. Nella squadra di Kuczynsky, i ministri sono membri di una élite che ha scarse connessioni con il peruviano medio e i suoi bisogni. Vi è inoltre una disparità di genere e una totale assenza di persone di discendenza indigena.

MP: Riguardo ai grandi investimenti, il governo completerà un gasdotto che è rimasto bloccato per anni, ampliando l’industria petrolchimica e offrendo opportunità di esportazione. Kuczynski ha anche detto che medierà attivamente le dispute fra le compagnie minerarie e le comunità autoctone. La sua prima settimana da presidente ha incluso un incontro con i minatori abusivi i cui metodi illegali hanno devastato intere aree ecologiche del fiume Madre de Dios sul confine amazzonico con il Brasile. Come valuti questo sforzo di raggiungere le popolazioni indigene e preservare il loro territorio ancestrale?

MH: La commedia tradizionale del falso dialogo non funziona e tantomeno la risposta repressiva. L’economia estrattiva del Perú si gioca sulle terre indigene. La resistenza alla depredazione è stata storicamente sedata con l’uso della forza militare. Gli indigeni però non hanno visto il “progresso” di cui si sono avvantaggiati altri ambiti. Anche quando sono stati applicati meccanismi legali, come il consenso preventivo e informato, per il quale il governo è obbligato a consultare le comunità, non si è dato progresso significativo. I ministeri della cultura, dell’ambiente, e dell’energia e delle mine, si rifiutano di identificare i quechua e gli aymara come popoli indigeni; e riferendosi a loro con il termine di “contadini”, li deprivano del diritto a essere formalmente interpellati sui provvedimenti che determinano il proprio futuro. Solo gli indigeni amazzonici sono riconosciuti come popolo con diritto alla consultazione. Il mese scorso, nella zona miniera di Las Bambas, un quechua di Choqueccawas è stato ucciso dalla polizia, mentre protestava contro infrazioni di diritti perpetrate da una compagnia privata. A partire dalla totale carenza di politiche culturalmente appropriate, il PPP si prefigge un cambiamento della Costituzione affinché, quando siano contemplati investimenti privati, oltre al gesto simbolico della consultazione, le comunità vengano considerate come stakeholder a tutti gli effetti e possano decidere su ciò che concerne la propria educazione, salute, sviluppo economico e protezione del territorio.

MP: In occasione del voto di giugno per il parlamento, il partito dei sostenitori di Fujimori, “Fuerza Popular” (FP), ha conseguito un’affermazione schiacciante, conquistando 73 dei 130 seggi del sistema unicamerale. Il PPK ha acquisito solo 18 deputati. Pertanto, Kuczynski avrà bisogno di negoziare con il blocco di Fujimori ogni misura legislativa, incluse le deleghe indispensabili per attuare il proprio programma, e l’approvazione del bilancio annuale. Quali ritieni siano le sfide dominanti per la governance del paese?

MH: I governi privi di maggioranza in parlamento si sono generalmente procurati una serie di convergenze con altri partiti e hanno fatto fronte all’opposizione nel rispetto del voto. La tattica di Kuczynski presenta uno scenario inconsueto. Il tentativo di intesa con la sinistra, che conta con 16 seggi, non è andato a buon fine, e il presidente ha optato per una formula di co-governo con Keiko Fujimori, in controllo del parlamento. Così facendo ha tradito lo spirito della propria campagna e compromesso l’agenda elettorale, in base alla quale è stato eletto, e che su taluni punti potrebbe arrivare a cambiare in maniera drammatica e imprevedibile. Kuczynski si era anche assunto l’onere di estromettere dalla gestione pubblica quanti coinvolti in atti di corruzione. Gli sarà praticamente impossibile avviare qualsiasi disposizione di questo tenore, avendo per alleati i collaboratori di Alberto Fujimori, la cui amministrazione è stata classificata la sesta più corrotta nel mondo, da un’indagine di Transparency International. In questo contesto, la fragilità strutturale delle istituzioni nazionali, l’inesistenza di un assetto di pesi e contrappesi nelle branche dello stato, e una società civile spoglia dell’incidenza necessaria per un auditing dell’efficacia politica, rendono il governo facilmente manipolabile e, soprattutto, lo gettano in pasto a turpi appetiti. Ostaggio del potere di Keiko Fujimori, l’esecutivo ha adottato un approccio minimalista come metodo di sopravvivenza e, secondo certe voci, per scampare il pericolo di un golpe. FP ha riscosso il vertice della sovrintendenza tributaria e tre posizioni nella direzione della banca centrale del Perú. Per queste ultime si sono trasgrediti i precetti sugli standard di professionalità e integrità, in quanto due dei tre funzionari non sono in possesso dei requisiti essenziali per lo svolgimento delle mansioni.

MP: Tu sei stato membro del gabinetto del presidente Toledo. Il suo partito, “Perú Posible”, era anti-Fujimori, come quelli di García e Humala a lui posteriori, i quali hanno banalmente proseguito le riforme economiche degli anni ’90, e poi concluso il mandato con sospetti di corruzione e un indice di popolarità oltremodo ridotto. Se al PPP un giorno toccasse la conduzione del paese, come si differenzierebbe da questo retaggio?

MH: E’ assodato che l’economia del Perú è in modalità pilota automatico da quasi trent’anni. Da questo angolo, Toledo, García, Humala, e ora Kuczynski, hanno cavalcato l’onda liberista del regime di Fujimori che ha generato stabilità a scapito dell’inclusione sociale [Alberto Fujimori sconta 25 anni di carcere per imputazioni relative a violazioni umanitarie durante la repressione della guerriglia rivoluzionaria maoista di “Sendero Luminoso”, ndr]. Nel caso di Humala, il quale promosse una piattaforma ideologica di sinistra, e fu un palese alleato di Chávez, la speranza di un transito dal libero mercato a una economia di stato, e di uno stop alle estrazioni minerarie che minacciassero i gruppi indigeni – uno degli slogan della sua campagna era “Acqua sì, oro no”, venne seppellita dalla pressione delle lobby. Il PPP propone un modello umanistico di economia di mercato, con il fine di contrastare la spinta divoratrice del capitalismo non regolato sulle comunità vulnerabili. La “mano invisibile” di Adam Smith deve essere normata per evitare l’impatto sui piccoli impresari di cui è costituito il tessuto urbano e rurale. In questo senso, l’agro deve essere incentivato fino al crearsi delle condizioni di equa competizione. Dal momento che l’economia umanista è uno sviluppo con giustizia per tutti, crediamo che la corrente estrattiva sia proficua solo se perseguita in ottemperanza dei diritti umani e ambientali. Nel medio e lungo termine, questa dovrà essere comunque sostituita.

L’intervista è stata tradotta ed editata dall’autrice dell’articolo.