Gli africani non confidano nelle commissioni elettorali e nella qualità dei suffragi nei propri paesi. Secondo il centro di ricerca Afrobarometer, in trentasei nazioni, circa il 60% degli intervistati non pensa che le votazioni siano libere e giuste e descrivono situazioni diffuse di corruzione, controllo dei media e intimidazioni violente ai seggi. Eppure tante elezioni in Africa hanno costituito delle pietre miliari nell’evoluzione storica delle società e il raggiungimento della pace. Nelle ultime settimane in Gambia, Yahya Jammeh, saldamente al potere dal colpo di stato del 1994, dopo aver rigettato la vittoria del candidato dell’opposizione, Adama Barrow, e proclamato novanta giorni di emergenza per presunte irregolarità, è fuggito, su minaccia di un intervento militare della Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, consentendo che la volontà popolare facesse il suo corso (non senza aver prima prosciugato i titoli di stato). La normalizzazione prenderà del tempo, ma il caso del Gambia potrebbe essere da traino per altre realtà, come il Camerun, l’Eritrea e il Gabon, dove sono in carica presidenti a vita. Era gambiano Pateh Sabally, il ragazzo affogato nel Canal Grande di Venezia, a cui era stato ritirato il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Secondo le statistiche del Viminale, nel 2016 sono sbarcate in Italia 181.436 persone. Oltre 4.500 hanno perso la vita nell’intento disperato di superare la distanza finale che li separava dall’Europa. Si tratta del numero più alto di sempre. Erano 153.842 nel 2015, 170.100 nel 2014, e ancora meno negli anni precedenti.   Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, a gennaio sono sopraggiunti 4.463 individui. Una cifra lievemente inferiore a quella di gennaio 2016, quando ne arrivarono 5.273. Le nazionalità di provenienza, dichiarate nel periodo 1 gennaio 2016 – 31 gennaio 2017, sono Nigeria (21%), Eritrea (11%), Guinea, Gambia e Costa d’Avorio (7%), Senegal e Mali (6%), Sudan (5%), pure se molti migranti celano questo dato. Sono soprattutto uomini (71%), con una considerevole fetta di minori non accompagnati, in continuo aumento (16%).

I nigeriani fuggono da Boko Haram, che in sette anni nel Borno ha causato 2,6 milioni di profughi e oltre 20.000 morti, e dai disastri ambientali nelle regioni del Delta e l’Edo. Gli eritrei vogliono salvarsi da un regime sanguinario, “una prigione a cielo aperto” dove il servizio militare è a durata indeterminata, equiparato a riduzione in schiavitù dalle Nazioni Unite. I guineani abbandonano una terra dove gli anni dell’emergenza ebola hanno messo in ginocchio un’economia già in forte difficoltà e bloccato ogni tipo di investimento estero. I gambiani provano a sottrarsi a vent’anni di repressione, arresti arbitrari e sparizioni di oppositori, attivisti e giornalisti. Gli ivoriani si riparano da una normalità fatta di abusi dei diritti umani, detenzioni illegali, ed esecuzioni extra-giudiziarie. I senegalesi si lasciano alle spalle una guerra per l’indipendenza che in trent’anni ha mietuto migliaia di vittime. I maliani scappano da un colpo di stato e un conflitto civile che ne hanno fatto uno dei paesi più poveri e precari a livello globale. I sudanesi cercano di scampare a una brutale guerra intestina, scoppiata sul filo di differenze etniche e politiche, per la quale gli analisti credono non ci sia immediata soluzione.

Milioni di cittadini si preparano ad andare alle urne quest’anno in Africa. Lo svolgimento democratico e trasparente di questi processi è vitale per il buon governo nel continente e la crescita economica. Dal loro esito dipenderà la possibilità per tanti di vivere e prosperare nei propri luoghi di origine, senza vedersi costretti a intraprendere la lunga, insidiosa, dolorosa, e spesso fatale, via dell’emigrazione dall’Africa Sub-sahariana alle coste del Mediterraneo.

Domani, in Somalia, si celebreranno elezioni presidenziali che vedono favorito Hassan Sheikh Mohamud tra una dozzina di aspiranti, lottizzati e sponsorizzati da Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Qatar, Turchia e Sudan. Le parlamentari, annunciate nel 2012, e più volte posticipate per motivi politici e di sicurezza, sono avvenute alla fine dello scorso anno, secondo una formula che ha favorito una distribuzione fra i diversi clan, anche se non il suffragio universale (meno dello 0,2 per cento della popolazione ha scelto i deputati). Se è vero che è la prima consultazione in quasi cinquant’anni – dal colpo di stato di Siad Barre nel 1969, la guerra civile, l’occupazione delle Corti Islamiche, l’instaurazione di un governo di transizione, attentati e rappresaglie degli integralisti di Al Shabaab; è altrettanto certo che sia di una fraudolenza esasperata. Per un esercizio democratica, sembra si dovrà attendere il 2020, in quella che viene considerata la migliore delle ipotesi.

Nella seconda metà dell’anno, Paul Kagame, con il suo milione e mezzo di follower in Twitter, cercherà il secondo mandato in Ruanda, dopo il 93% di preferenze ottenuto nel 2010 (le seconde votazioni del paese dalla riforma delle istituzioni politiche). Con Kagame, il Ruanda ha vissuto una trasformazione della sua economia, un aumento dell’occupazione giovanile e riduzione della povertà, con il contraltare della restrizione della libertà di opinione e la persecuzione dei dissidenti politici. Un emendamento costituzionale del 2015 gli permette di correre non solo per il nuovo termine, ma per altri ancora, con l’eventualità che l’uomo forte più amato dalle élite globali resti al vertice fino al 2034.

Uhuru Kenyatta, premier del Kenia dal 2013, affronterà l’energica opposizione di Raila Odinga, in elezioni che coinvolgono presidente, senatori, governatori regionali, membri delle assemblee nazionali e regionali. In anni recenti, il Kenia è stato dilaniato da corruzione endemica, che ha defalcato ingenti risorse dalle casse dello stato, fallimenti di banche, scioperi nazionali di categorie professionali vitali, e mortali attacchi terroristici. Il modo in cui verranno condotte determinerà il mantenimento di un sistema fragile o lo scoppio di nuove polarizzazioni e violenze.

José Eduardo dos Santos ha annunciato di non presentarsi alla prossima tornata elettorale in Angola (la quarta dall’indipendenza dal Portogallo nel 1975) e il Movimento di Liberazione Popolare dell’Angola, il cui segretario in caso di vittoria diverrebbe automaticamente presidente, ha designato João Lourenco. L’Angola rimane soggiogata da un partito di stato, retto dalla famiglia dos Santos, che per quarant’anni ha affastellato ricchezze e potere. Tuttavia, la caduta del prezzo del greggio, e la diminuzione del commercio estero, hanno scosso l’economia, provocando discontento. Queste votazioni saranno un test di maturità per la democrazia e la legittimità del governo.

Ellen Johnson-Sirleaf passerà il testimone in Liberia dopo dieci anni, essendo la prima donna presidente in Africa, vincitrice del Premio Nobel per la Pace, e paladina della libertà di informazione. Johnson-Sirleaf ha affrontato la prova della ricostruzione di un paese devastato prima dalla guerra e poi dalla crisi dell’ebola. Alle presidenziali e legislative concorreranno ventidue partiti politici. I due principali contendenti sono George Weah, ex-calciatore del AC Milan e senatore, che si era presentato contro Johnson-Sirleaf; e Jewel Howard-Taylor, ex-moglie del già presidente e signore della guerra Charles Taylor, senatrice, reputata la seconda donna più potente della politica liberiana. Il nuovo, o la nuova, presidente dovrà gestire un’economia abbattuta dalla svalutazione delle materie prime.

Joseph Kabila potrebbe uscire di scena nella Repubblica Democratica del Congo per effetto di un accordo fra il governo e l’opposizione, arrivato all’indomani di efferate proteste e arresti, al termine del suo secondo mandato costituzionale. Un governo tecnico navigherà il paese attraverso la registrazione dei votanti e quello che potrebbe essere il primo pacifico passaggio di potere dall’indipendenza del 1960. Moise Katumbi, politico di grande notorietà e membro dell’opposizione, è il candidato che dovrebbe succedere alla presidenza. Dalla guerra civile che si estese dal 1994 al 2003 e causò cinque milioni di morti, persistono instabilità politiche, umanitarie ed economiche.

Con almeno tre anni di ritardo, e un’irreparabile perdita di credibilità, il 3 febbraio, i capi di stato dell’Unione Europea si sono riuniti a Malta per trattare il tema dei migranti e la chiusura della rotta libica. Le proposte sul tavolo hanno incluso la creazione di capacità della guardia costiera locale per osteggiare l’attività criminale dei trafficanti e salvare vite umane, l’intensificazione della presenza militare in acque internazionali, il rimpatrio dei non aventi diritto allo status di rifugiato, o a misure di protezione a fine umanitario, e migliorate condizioni di sussistenza per i richiedenti asilo, durante l’impervio iter burocratico delle domande. Dal canto suo, l’Italia ha ottenuto l’avvallo europeo al memorandum, sottoscritto il 2 febbraio, con il capo del vacillante governo di unità nazionale, Fayez al Sarraj, costituitosi in Libia con un artificio della comunità internazionale (e che controlla solo una parte del territorio), per il rafforzamento delle frontiere in contrasto all’immigrazione clandestina e l’ammodernamento della flotta libica.

Uno scopo angusto rispetto alle sfide dell’Africa e l’approccio sistemico da applicare al fenomeno migratorio da parte di una grande organizzazione come l’Europa. L’Unione appare più preoccupata di dare sostegno a operazioni militari e forze di polizia come sbarramento alle migrazioni, piuttosto che offrire soccorso a coloro che cercano riparo da guerre, violenze, persecuzioni, povertà estrema, e conseguenze di cambiamenti climatici e sfruttamento di risorse ambientali, in primis la terra e l’acqua. Tanto per cominciare, la Commissione non dovrebbe prevedere accordi bilaterali – e men si dica trasferimenti diretti di risorse, con regimi antidemocratici che violano in maniera ricorrente i diritti umani, né nell’ambito delle strategie economico-commerciali, né per circoscrivere l’ingresso di migranti, come ipocritamente avviene. E una politica estera europea che non si riduca a un posticino in una goffa fotografia per la stampa dovrebbe includere programmi di cooperazione mirati a risultati, di cui non siamo ancora testimoni, per garantire istituzioni democratiche, stato di diritto, inclusione e sviluppo, nei paesi di provenienza.

L’Italia ha lanciato il Fondo per l’Africa, previsto dalla legge di bilancio 11 novembre 2016 n. 232 che istituisce “nello stato di previsione del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, un fondo con una dotazione finanziaria di 200 milioni di euro per l’anno 2017, per interventi straordinari volti a rilanciare il dialogo e la cooperazione con i paesi africani d’importanza prioritaria per le rotte migratorie”. Nonostante appaia come un contributo per prevenire, o avversare, le cause delle migrazioni umane, nella tabella 6 allegata, e approvata dal parlamento, lo stanziamento viene destinato alla direzione generale per gli italiani all’estero e le politiche migratorie, sotto la voce “181 – gestione fenomeni migratori”, svuotando di significato le premesse del Fondo. Inoltre, l’atto di indirizzo per garantirne migliore efficacia, sardonicamente a firma dello stesso titolare della Farnesina, esplicita che le sue finalità sono quelle del controllo e del contenimento dell’immigrazione, mediante “formazione delle autorità di frontiera e giudiziarie africane, acquisto di strumentazioni per il controllo e la prevenzione dei flussi di migranti, aggiornamento e digitalizzazione dei registri di stato civile, rimpatri assistiti dai paesi di transito a quelli di origine, campagne informative sul rischio migratorio”. Beneficiarie sono quelle nazioni che possono fare da argine, in particolare Libia, Tunisia e Niger, e coinvolge le amministrazioni di interno e difesa. Un Fondo per l’Africa, dunque, senza Africa.