C’è un terzo fronte di guerra nel Sudan. Eclissato dalle crisi nel Darfur e il Sud Sudan, ugualmente cruento per gli abitanti costretti alla fame e a massicci spostamenti forzati. Questo angolo nel sud-est del paese si chiama Nilo Blu, controllato dal Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan – Nord (Splm-N, per la sua sigla in inglese) e da anni sorvolato senza sosta dall’aviazione delle forze armate sudanesi che non hanno mai fatto grande distinzione fra ribelli e civili. Il Presidente Omar al-Bashir, in carica da 26 anni, e a capo della repressione, è stato accusato dalla Corte Criminale Internazionale per genocidio e reati contro l’umanità nel Darfur. I capi di imputazione lo indicano responsabile della morte di più di due milioni di persone in tutto il Sudan.

La lotta dello Splm-N dura da oltre 60 anni ed è il proseguimento di quella che ha condotto all’indipendenza del Sud Sudan nel 2011, la più giovane nazione del mondo. Il Movimento di Liberazione del Popolo del Sudan (Splm), è ora l’esercito nazionale del Sud Sudan. Un altro nucleo si trova a ovest sulle montagne Nuba del Kordofan e si riconosce nella stessa sigla. Il fondatore dello Splm, John Garang, intendeva creare un “nuovo Sudan”: una società democratica in cui arabi e africani, cristiani e musulmani, potessero vivere in condizioni di uguaglianza. Al momento della firma degli accordi, due milioni di persone erano cadute per la guerra, gli stenti e le malattie, e dal referendum per la secessione del sud rimanevano esclusi il Nilo Blu e la cordigliera delle Nuba, pur avendo combattuto la stessa battaglia.

La situazione attuale versa in una completa stagnazione. La popolazione originaria di 800 mila persone si è ridotta a 80 mila – 130 mila sono rifugiati nel Sud Sudan, 40 mila in Etiopia. In una regione già povera prima del conflitto, il cibo scarseggia, non ci sono ospedali funzionanti, poche scuole rimangono aperte grazie a insegnanti che hanno solo la licenza elementare. Nella capitale di fatto, Yabus, e dintorni, è un susseguirsi di case abbandonate, fattorie bombardate, edifici scolastici distrutti.

Gli aiuti umanitari sono ostaggio della tattica politica. Lo Splm-N chiede che arrivino prima dei negoziati, il governo vuole che l’apertura di un dialogo ne sia la pre-condizione. Una mediazione sembrava raggiunta dopo un incontro fra le parti ad Addis Ababa nel 2015, ma si è aperta una nuova spaccatura con lo Splm-N che cerca di assicurare che gli aiuti arrivino dal Sud Sudan e il governo che pretende che transitino per il territorio nazionale.

Il potere politico ed economico in Sudan è storicamente appalto dell’élite araba del nord e dei suoi esecutivi conservatori e dispotici. La prima opposizione armata dei settori marginalizzati del sud avvenne nel 1955, un anno prima dell’indipendenza da Regno Unito ed Egitto dopo 57 anni di dominio coloniale. Nel 1972 venne siglata la pace, anche se da Khartoum furono inviati coloni nel Nilo Blu che si impadronirono delle terre non registrate legalmente e da secoli proprietà degli autoctoni secondo la legge consuetudinaria. Il governo ha promosso lo sfruttamento minerario da parte di compagnie straniere. I cinesi sono arrivati negli anni ’80 per estrarre oro e cromite. Persino la diga Roseires, potenziata da una centrale idroelettrica nel 1971, e ampliata nel 2013, non beneficia il Nilo Blu, se si pensa che rimane senza elettricità.

Oggi lo Splm-N, composto da uomini e adolescenti malnutriti e senza addestramento, non concepisce la resistenza come guerra, bensì come protesta. L’obiettivo, disperato, è di mantenere la posizione, sottrarre armi all’esercito regolare, e i para-militari sovvenzionati dalla dittatura, e sfiancare l’economia nazionale. Nel 2014 con la conquista di una porzione di territorio, le compagnie estrattive sono state costrette dal SPLM-N a evacuare dalle montagne Ingessana. Al-Bashir ha mobilitato la sua milizia personale, la Janjaweed, nota per il ruolo giocato nelle violenze in Darfur, e le operazioni di controinsurgenza hanno provocato 300 mila morti e 2.5 milioni di sfollati.

A metà del 2016, con l’allentamento delle sanzioni economiche statunitensi nel mirino, il presidente ha annunciato in forma unilaterale un cessate il fuoco di quattro mesi che è stato prolungato da allora con la partecipazione di entrambe le parti. Tuttavia, sia a gennaio sia a febbraio di quest’anno, lo Splm-N ha denunciato attacchi da parte delle forze armate sudanesi, e le milizie affiliate, prima nel Nilo Blu e poi nel Kordofan, e ha lanciato un appello alla comunità internazionale per la protezione dei civili. L’Esperto Indipendente delle Nazioni Unite ha realizzato una visita in Sudan dall’11 al 21 maggio e le sue conclusioni sono state presentate al Consiglio per i Diritti Umani dell’Onu a settembre.

Il dramma è che le ricchezze minerarie del Nilo Blu e il Kordofan, la terra fertile, e il lavoro duro della sua gente, arricchisce il nord, e finanzia la sanguinosa repressione. Si scava oro nel caldo soffocante per giorni interi in buche di 5 metri con il fango fino alle ginocchia. E sotto le bombe si raccoglie gomma arabica, utilizzata in prodotti farmaceutici, cosmetici e nella Coca-Cola – gli Stati Uniti non hanno mai imposto sanzioni sulla gomma arabica. Prodotta da 80 a 140 mila tonnellate all’anno, e commercializzata dal Qatar, la gomma procura al Sudan una quota di mercato mondiale del 50 per cento. Scavatori e raccoglitori stremati scambiano oro e gomma per buste di sale e zucchero.