Keiko Ogura viveva a Hiroshima e aveva otto anni quando tutta la sua famiglia fu travolta. Per lei le parole “bomba atomica” non sono, come per noi, una sorta di favola nera, lo scongiuro di una minaccia definitiva, ma un fatto, anzi “il” fatto della sua esistenza.
Un evento che diventa psiche, e una psiche che si fa testimonianza che dura da una vita, o almeno da quando è riuscita a liberarsi dal timore di essere giudicata una contaminata, l’imbarazzante conferma vivente di una disgrazia nazionale – quello stigma che ha accompagnato in Europa tanti sopravvissuti della Shoah.
A Hiroshima ho sentito nel suo testimoniare, così fermo e quasi elegante, una forma di moralità. E una memoria che trasforma il passato in presente, come accade a chi visiti il Museo della Pace o la “cupola atomica”, vicino alla quale una scolaresca canta sommessamente davanti al monumento di un bambino simbolo vittima delle radiazioni.
Quante mutazioni in una sola vita, e in una persona dall’apparenza così minuta.
E mentre Trump giocherella con l’accordo sul nucleare iraniano, e mentre nella vicina Corea del Nord ci si fa forti con bombe ottanta volte più potenti di quelle del ’45, penso al poeta irlandese Seamus Heaney, il quale ha osservato (quel giorno era decisamente pessimista) che a volte sembra che si sappia imparare dalla storia quanto da una visita a un macello. Ma la tempra della signora Ogura pare più forte anche di un mondo pericoloso.