Il rapporto del 2018 di Human Rights Watch definisce la Turchia come il primo paese a livello mondiale nella persecuzione di reporter, commentatori e blogger.  Quasi 200 cronisti sono detenuti e in attesa di giudizio per aver criticato l’operato del governo (leggi Free Zehra Doğan), grazie all’abuso delle leggi sul terrorismo che contemplano la possibilità di incriminare coloro che commettono reati per conto di un’organizzazione senza esserne membri, clausola attraverso la quale sono stati angariati anche scrittori e intellettuali.  Dal tentativo di colpo di stato del 2016, sono stati chiusi 131 media per dissenso al regime e sono seguite intimidazioni, aggressioni, torture.  La conversione di Erdoğan in un accanito ricercatore della verità riguardo all’uccisione del giornalista Jamal Khashoggi nel consolato saudita di Istanbul, assume quindi connotazioni grottesche, e ha solo spiegazioni squisitamente geopolitiche.

La Turchia non naviga in acque tranquille.  Crisi monetaria, preoccupante inflazione e debito pubblico, relazioni danneggiate con Stati Uniti e Unione Europea, hanno indotto il suo uomo forte a raddrizzare il tiro della retorica anti-occidentale.  L’Arabia Saudita è il maggiore investitore e uno dei top buyers nel mercato immobiliare, situazione che ha aiutato la Turchia a diminuire la propria dipendenza dall’Europa, ma l’efferato assassinio di Khashoggi ha offerto un’occasione insperata per sferrare un colpo a un antagonista storico, seminare zizzania fra questo e gli Stati Uniti, e ancora riguadagnare terreno sul versante di Washington, dopo l’acquisto di missili S-400 dalla Russia e l’arresto di cittadini americani con dubbie accuse di cospirazione, a modo di rappresaglia per l’alleanza degli Stati Uniti con milizie curde in Siria.

La rivalità di Ankara e Riyad, per l’egemonia religiosa e politica islamico-sunnita, è stata intensificata dalla restaurazione della dimensione confessionale della leadership da parte di Erdoğan, con l’adesione alla traiettoria ideologica dei Fratelli Musulmani, e l’offerta di un modello di governance alternativo, meno austero e punitivo del salafismo saudita.  Per gli arabi liberali, così come per l’Europa, l’iniziale moderazione del Partito della Giustizia e dello Sviluppo aveva rappresentato una terza via all’autoritarismo secolare e il radicalismo: una forma di islamismo compatibile con la democrazia (leggi Turchia, la deriva autoritaria).

Il conflitto tra queste visioni regionali contrastanti ha cominciato a farsi evidente nel 2013 con lo schieramento della Turchia al fianco di Morsi in Egitto e dell’Arabia Saudita da quello dell’esercito che lo ha esautorato.  Se l’ascesa del principe ereditario Mohammad Bin Salman in Arabia Saudita è stata considerata dalla Turchia come quella di una pedina in un piano di Stati Uniti e Israele per creare instabilità e sminuire il ruolo del vero Islam, dal canto suo, l’Arabia Saudita ha guardato con sospetto l’asilo prestato ai capi della fratellanza musulmana dopo la caduta di Morsi, la coalizione con l’Iran in Siria, e la difesa del Qatar nel contesto dell’embargo delle monarchie del golfo, ma soprattutto l’influenza che la Turchia sta tentando di ottenere in Kuwait e nel Mar Rosso.

Tuttavia, valutazioni di ordine economico hanno giocato una congrua parte nella riluttanza di Erdoğan di scalare la tensione con Riyad, persino quando dirigenti sauditi hanno incontrato rappresentanti del Partito dei Lavoratori del Kurdistan, che Ankara reputa un gruppo eversivo, o quando l’Arabia Saudita ha finanziato progetti di stabilizzazione in aree controllate dai curdi siriani, o ancora rispetto alla guerra in Yemen.  La medesima accortezza è evidente nella gestione dell’affare Khashoggi, nonostante la scaltrezza nel coglierne l’opportunità.  Le autorità turche hanno consegnato materiali probanti di indagine agli Stati Uniti, ma rifuggono dall’affrontare l’Arabia Saudita, cercando di rendere globale una questione bilaterale.  Sin dall’inizio, le notizie sono spesso trapelate da fonti non identificate, e in maniera del tutto informale, per generare pressione sul principe ereditario, senza che questi venisse additato.

Gli sforzi di Ankara hanno pagato.  Nelle ultime settimane, il segretario-generale delle Nazioni Unite si è pronunciato sull’incidente.  Trump ha condannato i fatti, su sollecitazione del congresso.  Alcuni paesi europei hanno richiesto spiegazioni.  Molte imprese hanno disertato la conferenza sugli investimenti futuri in Arabia Saudita.  Ed è notizia degli ultimi giorni il fermo di persone imputate della tragica conseguenza di una colluttazione, fra cui stretti collaboratori di Mohammad Bin Salman, senza però che quest’ultimo sia stato implicato in quello che appare un delitto premeditato contro un autorevole detrattore della corona (leggi Riforme senza diritti: Arabia Saudita 2030).  La Turchia, infatti, destreggiandosi in un abile tira e molla, non ha mai rilasciato prove contundenti a suo carico, con probabilità, in cambio di una contropartita finanziaria.

Aver lasciato il principe ereditario fuori dal caso favorirebbe Erdoğan pure nel dialogo con gli Stati Uniti, che ne hanno fatto la figura pivotale della politica in Medio Oriente.  Il direttore della Cia, Gina Haspel, ha viaggiato ad Ankara per colloqui con funzionari turchi.  L’obiettivo principale di Erdoğan è l’esenzione dalle nuove sanzioni all’Iran da cui la Turchia dipende sul fronte energetico.  La Halkbank, di proprietà dello stato, è già oggetto di pesanti multe per la violazione di quelle precedenti.  Tutte queste penalità esacerbano l’economia del paese in vista delle elezioni locali del 2019.

La Turchia ha tramato con astuzia nell’uso dell’informazione e ha cinicamente trasformato l’omicidio di Khashoggi in una potente arma per provare a ricalibrare il proprio posizionamento internazionale. Nondimeno, Trump ha dichiarato che prenderà una decisione in base al fascicolo finale della Cia, dal quale ci si aspetta un’eventuale attribuzione di responsabilità, e chissà che la lama non si riveli a doppio taglio.