Dopo quattro lunghi e tormentati mesi di corsa per la nomina a candidata presidenziale per il Partito Democratico, e a cinque settimane dalla Convention Democratica, è opportuno riflettere sulle ragioni per cui Hillary Clinton non sia riuscita ad affermarsi sin dalle prime battute come un’opzione convincente e trascinare l’elettorato progressista, lasciando invece all’outsider BernieSanders il primato della speranza e il sogno americano – cavallo di battaglia della campagna di Obama, e la reale possibilità di mettere a rischio un lungo e calcolato progetto politico.

Per tutta la vita Hillary Rodham Clinton ha lavorato per affermare la propria bona fidae nell’universo progressista degli Stati Uniti – dall’attivismo giovanile per la campagna presidenziale contro la guerra di Eugene McCarthy e più tardi per l’icona liberale George McGovern, e nel 1978 affianco al marito Bill candidato a governatore dell’Arkansas.  Nel 1992, al tempo della prima campagna presidenziale di Bill Clinton, aveva già ottenuto un tale successo personale da giustificare lo slogan coniato dai propri sostenitori che recitava “Vota per il marito di Hillary”.  Nel 1993, ha poi rotto lo schema tradizionale della First Lady, diventando il principale attore politico della Casa Bianca dopo il Presidente.

Soprattutto viene da interrogarsi sul fondamento della percezione di larga parte della sinistra statunitense per la quale Hillary Clinton è una candidata della macchina da guerra, erede del conservatorismo di Ronald Reagan ed espressione di un’ideologia fortemente pro-corporativa.  Come si passa, in definitiva, dall’essere un simbolo dell’uguaglianza di genere alla personificazione dell’incrocio corrotto fra interessi privati e di governo? La questione non è accademica, considerato che su questi nodi si gioca la base di 12 milioni di voti di Sanders per la presidenza, con l’aggravante di un recente sondaggio del New York Times e la Cbs che stima che il 28% dei fedelissimi non ha alcuna intenzione di votare per Clinton.

I media

Venticinque anni sotto la lente mediatica non sono certo pochi.  Di Hillary Clinton è stato scrutinato tutto e ne è stato fatto un affresco pubblico che al contempo la racconta come bugiarda patologica, truffatrice immobiliare, vedova nera, comunista, assassina, lesbica, fattucchiera.  Ogni aspetto della sua vita privata è stato saccheggiato, i suoi cambi di acconciatura interpretati alla luce della sua attitudine e coerenza politica.  Con un passato recente degno di rispetto, anche se non di levatura storica, come Segretaria di Stato, e un posizionamento invidiabile nell’establishment politico, e pur essendo preparata e oltremodo facoltosa, sembra non convincere tutto il suo bacino naturale d’appartenenza.

Di lei si sa che nutre un sentimento di astio per la superficialità e la rapacità sessista della stampa politica.  Negli anni non ha mai fatto sforzi per occupare spazi o ingraziarsi favori.  Inversamente, in un discorso tenutosi in Oregon durante le primarie, ha dichiarato di avvertire la vita pubblica come “disumanizzante”.  Ancora oggi i Clinton attribuiscono la sconfitta del 2008 contro Obama a una maggiore copertura dei media dell’attuale Presidente e la perpetuazione quindi di un doppio standard per i candidati di sesso maschile e femminile.

Per alcuni, sarebbe la vittima prediletta degli attacchi misogini dei mezzi di comunicazione di massa e dell’opinione pubblica, sin dai tempi del fallimento dell’iniziativa di riforma sanitaria per la copertura assicurativa universale.  E’ altrettanto certo che Hillary Clinton ha sempre trovato piuttosto difficile separare fra orchestrazioni di matrice politica contro la sua persona e il diritto della stampa di indagare sugli scandali in cui si è trovata coinvolta.  Si è anche circondata di teorici della cospirazione giornalistica che ancora oggi popolano il suo staff, imbarcandosi in personali campagne contro giornalisti ritenuti ostili e finendo per diffidare anche di quelli simpatetici.  Hillary non ama i media e i media non amano Hillary.

Gli elettori progressisti

A detta di molti commentatori politici statunitensi, a partire dagli anni ’90 si osserva un progressivo ripudio del retaggio di Franklin D. Roosvelt e Lyndon B. Johnson, con il quale peraltro si sono misurati tutti i presidenti democratici, da parte di Hillary Clinton, la quale assume un paradigma per certi aspetti maggiormente ascrivibile alla destra, al punto che alcuni non esitano a definirla un autentico falco.  Il suo voto favorevole al Senato del 2002 che autorizzava l’invasione dell’Iraq è stato il primo grande colpo che ha minato la relazione con la base democratica.  Durante le primarie del 2008, ha ulteriormente alienato i votanti pacifisti nell’attaccare Obama con asprezza per le intenzioni di quest’ultimo di dialogare con gli stati canaglia nemici degli Stati Uniti nel suo potenziale primo anno di mandato.

Le intricate dichiarazioni sulla possibilità per i migranti illegali di ottenere la patente di guida – più note all’elettorato americano, e i cambiamenti di opinione sui diritti civili delle coppie omosessuali, fra altri temi, hanno poi alimentato la percezione pubblica di calcolo e codardia politica.  Non da ultimo, quando gli imbrogli di Wall Street hanno affossato l’economia globale, le politiche deregolatorie del sistema finanziario promosse da Bill Clinton nel 1999 sono state additate fra le cause fondanti del crack del 2007-2008, e i legami di Hillary con l’industria finanziaria posti al microscopio, offuscando il suo credito con il movimento progressista.  Del resto, fino a ora si è rifiutata di impegnarsi per la reintroduzione dello Glass-Steagall Act, abrogado da Bill Clinton, e invece promosso da Bernie Sanders, che controllerebbe la speculazione bancaria sui prodotti derivati e potrebbe rappresentare un avanzamento dei mediocri tentativi della legge Dodd-Frank dell’era Obama.  In aggiunta, molti non le riconoscono né il talento né il carisma per lo stile politico e comunicativo necessari per ispirare le nuove correnti nate all’interno dei partiti politici tradizionali e soprattutto dialogare con i movimenti sorti in loro opposizione.

E’ altrettanto certo che gli elettori hanno dimostrato di essere meno disposti a perdonarle i medesimi errori o connivenze con l’industria finanziaria e bellica di altri leader democratici, come Obama, Biden, e la stessa Warren indicata come possibile candidata alla vice-presidenza.  A differenza di questi, Hillary Clinton non ha però mai assunto posizioni coraggiose che potessero compensare occasionali note discordanti e il suo bilancio da senatrice, durante l’amministrazione di George W. Bush, è modesto e privo di grandi vittorie legislative o battaglie sociali.

Bill

La Fondazione Clinton, attiva da quindici anni, come parte dell’attivismo post-presidenziale di Bill Clinton, ha raccolto circa 2 miliardi di dollari da finanziatori privati, corporazioni, in particolar modo Wall Street, e governi stranieri.  La Fondazione lavora principalmente in Africa e si occupa di HIV/AIDS, malaria, acqua e salubrità, sicurezza alimentare, cambio climatico.  Tutto ciò non è avvenuto senza controversie, considerato che molti dei donanti hanno da guadagnare dalla loro relazione con i Clinton, ed è stato creato un organo sussidiario in Canada che protegge dall’obbligo di dichiarare le proprie contribuzioni.

L’operato della Fondazione Clinton ha rappresentato un conflitto di interessi per Hillary durante la carica di Segretaria di Stato, lo costituisce al momento come candidata presidenziale, e continuerà a farlo, eventualmente, come Presidente degli Stati Uniti d’America.  Da varie parti, viene chiesto ai Clinton di troncare tali relazioni e affidare la Fondazione a un trust indipendente e un manager di impeccabile reputazione.  Nondimeno Hillary Clinton ha dichiarato che, anche se vincitrice della contesa presidenziale, la Fondazione continuerebbe il suo lavoro senza alterare modalità e pratiche.  Per la Clinton la risposta a qualsivoglia preoccupazione etica generata dalla Fondazione è un incremento di trasparenza.  Esperti in etica legale affermano tuttavia che questa sola non sarebbe sufficiente e che, se Bill seguisse raccogliendo fondi da finanziatori privati e governi che hanno anche un interesse nella politica degli Stati Uniti, i cittadini avrebbero tutto il diritto di porsi domande sull’integrità delle scelte di governo.

Dalla sinistra americana, la Fondazioneè vista alla stregua di uno strumento do ut des fra le grandi corporazioni e la politica rappresentata dai Clinton.  Secondo Naomi Klein, è una macchina ben studiata per scambi di denaro, favori, status e attenzione dei media.  L’autrice ha asserito che il “filantrocapitalismo clintoniano” finanzia progetti che altro non sono che azioni palliative che fanno sembrare le corporazioni giuste, i governi effettivi (anche quelli corrotti) e le celebrità dello spettacolo serie, con il solo vero grande risultato di aver reso i Clinton sempre più potenti.  Bernie Sanders ha definito la Fondazione “un sistema politico dominato dal denaro” dove la linea tra filantropia, affari e politica, è pericolosamente sottile.

Solo all’indomani del sostegno di Obama, nasce un nuovo scandalo.  Un importante donante della Fondazione Clinton è stato incluso nel Comitato Consultivo del Dipartimento di Stato sulla Sicurezza Nazionale.  La Abc ha rapidamente aperto un’inchiesta giornalistica che ha causato le sue immediate dimissioni.  Altre indagini in precedenza avevano portato alla luce una densa commistione fra pubblico e privato nel cosiddetto “sistema Clinton”.  Dal 2009 al 2012, Bill è intervenuto a pagamento a eventi di corporazioni o gruppi commerciali che stavano negoziando con la segreteria di stato durante il mandato di Hillary.  Nel marzo del 2011, incassa 175,000 dollari dalla Fondazione Kuwait America come invitato d’onore e oratore principale al gala annuale di New York.  Fra gli sponsor ci sono Boeing e il governo del Kuwait attraverso la propria ambasciata di Washington DC.  Poco dopo il Dipartimento di Stato, che ha la facoltà di approvare o vetare proposte di forniture militari, autorizza una trattativa di 693 milioni di dollari per una partita di aerei per il trasporto militare Boeing Globemaster al Kuwait.  Hillary ha autorizzato 165 miliardi di dollari in vendita di armi a venti nazioni che avevano contribuito alla Fondazione Clinton.  Fra queste, Arabia Saudita, Oman, Qatar, Algeria, Kuwait e Emirati Arabi Uniti, erano state tutte pubblicamente criticate dal Dipartimento di Stato per gravi violazioni dei diritti umani.  La retorica delle dichiarazioni di Hillary Clinton degli ultimi giorni contro i fornitori di armi dell’Isis va nella medesima direzione, essendo parte integrante di questa tragica catena.  Durante gli anni della Clinton come Segretaria di Stato la vendita di armi ai paesi di cui sopra è stata quasi il doppio del valore delle vendite agli stessi da parte di George W. Bush nel suo secondo mandato.

Hillary

Mentre la Fbi sta investigando sui legami di Hillary Clinton con le grandi corporazioni quando era Segretaria di Stato, i finanziamenti per la sua campagna presidenziale continuano ad arrivare dall’industria della difesa e i loro clienti governi esteri, così come dall’industria estrattiva del carbone, del gas e del petrolio.  Tutti donanti questi anche della Fondazione Clinton: Exxon Mobile, Shell, ConocoPhillips, Chevron.  Tra i finanziatori di Hillary si annoverano altresì: Hsbc, Coca-Cola, Procter and Gamble, Cisco, Microsoft, Hewlett and Packard.  In un anno ha ricevuto 675,000 dollari per discorsi ufficiali dalla Goldman Sachs e 225,000 rispettivamente da Ubs, Bank of America, Morgan Stanley, e DeutscheBank.  La rete di interessi privati e di rapporti con i banchieri di Wall Street della Clinton è fitta.  Oltre a ciò, Naomi Klein esplicita che il problema non sarebbero tanto i finanziamenti corporativi che riceve, quanto la sua mentalità pro-corporativa.

Hillary e Bill Clinton sono stati oggetto di critiche, accuse e investigazioni da Whitewater, passando per Troopergate,Travelgate, Filegate, Chinagate, per citarne alcuni, fino all’attentato di Bengasi.  Alcune ferite sono anche state personalmente inferte come lo scandalo Lewinski che ha condotto Bill Clinton all’impeachment e l’uso di server privati,e il trattamento improprio di informazioni sensibili per la sicurezza dello stato, durante il mandato di Segretaria di Stato di Hillary Clinton, ancora sotto lo scrutinio delle autorità.

In particolare, è stato dimostrato che Hillary avrebbe deposto falsa testimonianza sia agli investigatori di Travelgate, sia alla commissione incaricata di chiarire le responsabilità della segreteria di stato in merito all’attentato al Consolato Americano di Bengasi in Libia dell’11 settembre 2012, dove trovarono la morte l’Ambasciatore Chris Steven e altre tre cittadini statunitensi.  Un’altra fandonia smascherata dai media è quella secondo la quale sarebbe stata oggetto di tiro a fuoco da parte di un cecchino bosniaco all’arrivo in aeroporto durante una visita ufficiale da First Lady.

Hillary Clinton è al centro della compra-vendita di poltrone presso il Dipartimento del Commercio Internazionale durante la rielezione di Bill nel 1996.  E’ inoltre coinvolta con il marito e stretti collaboratori, alcuni trovati colpevoli dalla giustizia, in diverse e ripetute violazioni alle regole di finanziamento delle campagne elettorali nel 1995 e nel 1998, dove vennero anche raccolte contribuzioni illegali da fonti straniere, inclusi commercianti di armi cinesi.  La stampa riporta che i Clinton accettano donazioni da un trafficante di droga invitato alla Casa bianca senza la presenza della Cia e da un faccendiere poi condannato per aver manipolato il processo politico democratico.  Durante la Presidenza di Bill Clinton, viene concessa la grazia a detenuti per crimini finanziari che avevano foraggiato la campagna elettorale e che, in seguito, sosterranno la corsa di Hillary al Senato.  I Clinton affittano a eminenti personalità la camera da letto di Lincoln alla Casa Bianca che gli frutta 5.4 milioni di dollari che finiscono nella canasta per la campagna di rielezione di Bill.

I file segretati di novecento funzionari repubblicani di precedenti amministrazioni percepiti come nemici dei Clinton sono impropriamente ottenuti da uno stretto collaboratore di Hillary, conseguentemente costretto a dimettersi.  Documentazione viene illegalmente rimossa dall’ufficio del vice-consigliere Vince Foster alla Casa Bianca, amico di lunga data della Clinton, dopo il suo suicidio nel 1993 e prima che possa intervenire la Fbi.  Nella controversia riguardante gli investimenti immobiliari dei Clinton durante gli anni ’70 e ’80, nel 1994 Hillary viene citata per ostruzione della giustizia per fatture non reperibili, poi riapparse alla Casa Bianca nel 1996 con informazioni che la scagionano.

E cosa dire delle speculazioni finanziarie per cui è stata inquisita?  E della doppia nomina della sua più stretta collaboratrice nella Fondazione Clinton e nel Dipartimento di Stato?  E del trasloco di mobili in dotazione alla Casa Bianca nella sua residenza privata di New York?  Il peggior nemico di Hillary sembrerebbe essere Hillary stessa.

Cosciente del suo deficit di immagine e delle perplessità degli elettori progressisti, Hillary Clinton ha rinforzato la campagna per la nomina a candidata presidenziale con incalzanti spot elettorali che hanno ripercorso il suo attivismo giovanile e la sua carriera politica a partire dagli anni ’70.  Tuttavia un evento traumatico della sua biografia non è stato ricordato, o opportunamente analizzato, nel corso della campagna.

La copertura sanitaria universale era uno dei pezzi fondamentali del programma di politica interna di Bill Clinton nei primi due anni della sua amministrazione e fu affidato a Hillary Clinton.  Hillary combatté fieramente contro la lobby delle assicurazioni mediche e dell’industria farmaceutica, ma la lotta si dimostrò impari.  La sconfitta in entrambe le camere del Congresso fu un duro colpo per l’amministrazione Clinton e per l’intero Partito Democratico, e frustrò le ambizioni della coppia presidenziale di lasciare un’eredità legislativa nel paese.  Quando i democratici staccarono la spina in Senato nel settembre del 1994, i repubblicani ripresero il controllo del Congresso per la prima volta dal 1954.  La Clinton ne uscì politicamente distrutta.  Nemmeno i provvedimenti per incrementare la tassazione delle classi americane più abbienti, le misure anti-povertà, e l’espansione del credito per il programma assicurativo per la salute dei bambini, attuati nel secondo mandato, riuscirono a cancellare la disfatta.

La sconfitta fu anche dettata da un certo atteggiamento oltranzista, una limitata capacità di mediazione e da uno stile comunicativo antagonista.  Lezione appresa da Obama nel rilancio della riforma sanitaria, promossa dai Clinton alla Casa Bianca prima e più tardi da Ted Kennedy in Senato, lungo il cui accidentato percorso ha ampiamente negoziato con le lobby delle assicurazioni e dei farmaci, anche rinunciando a tasselli sostantivi della riforma.

 

Sanders & Trump

Gli analisti elettorali stimano un 20% di potenziale crossover fra democratici e repubblicani nella corsa alla presidenza degli Stati Uniti d’America.  Lo scontento sociale è bi-partisan e, mentre sia Trump sia Sanders sono visti come incorruttibili, secondo i commentatori, il rigetto pubblico della politica convenzionale colpisce duramente proprio Hillary Clinton.  I ribelli dei loro rispettivi partiti, Trump e Sanders, sono ammirati per tratti simili.  Rigettano lo status quo e vengono percepiti come autentici, diretti, chiari, irreprensibili.  Le folle che attirano sono composte da cittadini che non hanno mai votato.  Clinton non è attrattiva quando è sulla difensiva e quando attacca perde il messaggio positivo.  Viene considerata meno in forma che nel 2008 contro Obama e non è stata in grado di rinnovare il proprio linguaggio e la propria dialettica.

La maniera in cui ha affossato le idee di Sanders sul cambio climatico e, intenzionalmente, malinterpretato le sue proposte di miglioramento di Obamacare, rivela l’incapacità di Hillary Clinton di comprendere l’esigenza di cambio culturale in politica espressa da un segmento importante dell’elettorato democratico e la portata della rivoluzione di questo nuovo movimento.  Sanders ha registrato 8.2 milioni di contributi da 2.5 donanti individuali e ha raccolto 228 milioni di dollari attraverso una campagna email ai suoi sostenitori.  Ai suoi rally hanno partecipato circa 1.5 di persone di tutte le appartenenze identitarie.  Mentre Sanders la surclassa nella preferenza della fascia fra i 18 e i 28 anni, Clinton accusa i giovani che la contrastano su temi algidi di “non informarsi a sufficienza”.  Secondo i commentatori, al momento non ci sono segnali che Hillary avrà il voto dei neri o dei latinos, a meno di una discesa in campo di Obama e una spinta energica sulle politiche delle migrazioni.

Le posizioni di Sanders sono apparse più decise su quelle che si prospettano le battaglie del secolo, dove le soluzioni non possono essere sempre win-win come nella Fondazione Clinton.  D’altro lato, Trump ha il talento di capire cosa vuole l’elettorato e attira persone di tutte le età.  Il suo disprezzo delle regole suggerisce all’elettore medio americano che porterà a casa i risultati.  Viene visto come un agente demolitore di un sistema retrivo, di cui Hillary è un’illustre esponente.  La possibilità che vinca la contesa presidenziale è troppo grande per essere ignorata.

Nonostante Hillary Clinton abbia guadagnato i 2,383 delegati necessari per assicurarsi la designazione di candidata democratica alle elezioni presidenziali, e il riconoscimento di Obama come “migliore candidata” per la corsa, Bernie Sanders non ha rinunciato a chiudere la propria campagna e ha dichiarato di volerla portare fino alla Convention di Filadelfia, non concedendole la nomination.  Sanders afferma di avere possibilità di persuadere sufficienti delegati e si dirigerà ai suoi elettori su scala nazionale per illustrare come continuerà la sua rivoluzione politica.

Nel frattempo, ha incontrato i colleghi senatori democratici per condividere il bagaglio dell’esperienza delle primarie e promuovere la sua visione per la trasformazione del partito e un suo riavvicinamento alle persone comuni oggetto delle decisioni del governo e alle istanze espresse dai giovani del paese.  Ha anche incontrato Hillary Clinton per vagliarne la disponibilità ad accogliere la sua piattaforma per i 47 milioni di poveri che vivono negli Stati Uniti e la classe media, l’accesso universale alla salute, l’aumento del salario minimo, la riduzione delle spese universitarie, la regolamentazione di Wall Street, il controllo delle influenze private sulla politica di Washington, e la lotta al cambio climatico, parallelamente tracciandosi un ruolo di unificatore del partito.

Pesano le accuse di favoritismo nei confronti di Hillary Clinton durante le primarie da parte del Comitato Nazionale Democratico, coordinato da Debbie Wasserman, avanzate da Bernie Sanders.  Questi richiede le dimissioni di Wasserman, l’azzeramento dei membri del Comitato, l’eliminazione del ruolo dei super-delegati nel processo di nomina del candidato presidenziale, e la possibilità di voto per indipendenti e iscritti dell’ultima ora.  Sanders ha ottenuto il 45% dei delegati ed è intenzionato a concedere il loro voto sulla base delle trattative riguardo ai temi della campagna e la riforma delle primarie.  Se questi non votassero per Clinton alla Convention di Filadelfia, anche con una sua più che probabile vittoria, la propria credibilità e l’idea di un partito democratico unito e muscolare ne risulterebbero severamente minati.

La strada verso la Casa Bianca

Hillary Clinton si descrive come “conservatrice nella mentalità e liberale nel cuore”.  Le sue corde sono piuttosto moderate e pragmatiche, la sua leadership non-ideologica, ma per vincere a novembre ha bisogno di convincere gli elettori di Sanders di non essere una neoconservatrice e uno strumento di Wall-Street e che le loro differenze sono tattiche e non sostantive.

Gli elettori democratici over 45 vedono i Clinton come i salvatori del Partito Democratico dell’epoca Carter-Mondale-Dukakis, che hanno fatto quello che dovevano fare quando nessun altro democratico poteva, e hanno archiviato la rivoluzione repubblicana di Newt Gingrich.  Gli elettori democratici under 30, considerano Hillary come la più fedele alleata di chi ha sostenuto Wall Street contribuendo alla crisi finanziaria ed economica, e come uno dei promotori della guerra in Iraq.  Fondamentalmente, viene identificata con tutto quello che vi è di sbagliato nel sistema.

Se questi giovani elettori sapessero della sua strenua resistenza di fronte alle lobby assicurative e farmaceutiche e del coraggio e la fermezza con cui ha controbattuto agli attacchi delle grandi corporazioni durante il primo mandato del Presidente Clinton, continuerebbero senz’altro a credere che è necessaria una rivoluzione morale e rigetterebbero l’idea dei grandi finanziamenti delle campagne presidenziali, ma forse potrebbero osservarla da un’ottica diversa.  Chissà che il più grande nemico non sia stato l’incapacità di vedere la propria grandezza fin dentro i propri errori, o i principali momenti di difficoltà, ed esercitare fortezza d’animo nell’esporsi e parlare delle lezioni personali e storiche delle sconfitte, invece di sottacerle nella campagna elettorale.  In politica non ci sarebbe nulla di più rivoluzionario di tutto ciò.

C’è una Hillary Clinton che vale la pena sostenere –quella che sfida i pregiudizi di genere e lotta per la libertà delle donne di fare, essere e pensare, quella dell’intelligenza determinante in tutte le vittorie elettorali di Bill, quella che varca la soglia della Casa Bianca da donna politica e non da consorte, quella che punta il dito contro i poteri economici, quella che non perde la testa nel caos emozionale e mediatico generato dalle ripetute doppiezze di un compagno compulsivamente sleale, quella che alla Conferenza di Pechino dichiara che non è più accettabile discutere di diritti umani senza affrontare la questione dei diritti delle donne, quella che riconosce la vittoria di Obama senza un cedimento delle proprie convinzioni.  Ci sono anche tanta nebbia e tonnellate di fango in questo cammino e bisogna sperare, e credere, che l’altezza della sfida tiri fuori tutto il meglio di quello che di lei conosciamo.