In realtà le donne in lizza per Downing Street erano due: Andrea Leadsom, già Ministro dell’Energia, e Theresa May, Ministro degli Interni del governo del premier dimissionario David Cameron; emerse dal fondo della fila, dopo una serie di manovre e colpi bassi che hanno visto eliminarsi a vicenda gli uomini del Partito Conservatore. Leadsom si è ritirata, probabilmente in accordo con il partito, in modo da evitare i nove lunghi mesi di una campagna per la successione, che vedeva May come la schiacciante favorita, e che avrebbe potuto gettare legna sul fuoco del referendum celebrato il 23 giugno e concluso con il 51.9% dei voti per la Brexit. La pressione esercitata per un’uscita rapida dall’Unione Europea è stata pienamente accolta da May, che pure aveva parteggiato per il fronte del remain, con la dichiarazione che ne farà un successo per il paese. Il suo è un linguaggio da combattente ed è conosciuta per essere una dura negoziatrice.
Theresa May è diventata per acclamazione il 76° Primo Ministro del Regno Unito sotto il mandato che i conservatori hanno ottenuto nelle elezioni generali del 2015, vincendo con una ridotta maggioranza in Parlamento. Il Partito Laburista le contesta di non avere legittimazione alcuna e di essere stata imposta da un “colpo di stato extraparlamentare” con un programma politico mai sottomesso all’elettorato britannico – situazione che in Italia abbiamo visto di recente ripetuta in tre tormentate occasioni sul versante opposto. May era stata fra i parlamentari più attivi nel richiedere a Gordon Brown, subentrato a Tony Blair nel 2007, di tornare alle elezioni generali, eppure ha escluso categoricamente questa opzione prima del 2020. Considerata alla destra di Cameron per le posizioni assunte sulla riduzione dell’immigrazione, l’estensione dei poteri di controllo dello stato, e l’intensificazione della lotta al terrorismo, è solo la seconda donna a occupare la carica dopo Margaret Thatcher. Mercoledì scorso è stata invitata dalla regina a formare il governo e, nei giorni seguenti fino a ieri in tarda serata, sono stati designati ventidue ministri e una settantina di sottosegretari. In confronto a quello di Cameron, il gabinetto di May è appena più anziano con un’età media di cinquantuno anni.
Le sette donne dell’esecutivo di Theresa May non sono comprimarie, occupando i ruoli chiave degli interni (Amber Rudd), la giustizia (Liz Truss), l’educazione e le pari opportunità (Justine Greening), l’ambiente e l’agricoltura (Andrea Leadsom, sua iniziale antagonista), la cultura, i media e lo sport (Karen Bradley), la cooperazione internazionale (Priti Patel), e il coordinamento della camera dei Lords (Natalie Evans). Ma se Cameron aveva fatto dei progressi con l’equità di genere, avendo incluso sei donne nel suo team, il 28% del totale; May, che nel passato aveva lanciato una campagna per la parità in parlamento, non è andata oltre il 31%. Queste ministre hanno maturato esperienze parlamentari o di governo, ma soprattutto hanno sviluppato solide professionalità in variegati campi del mondo lavorativo. Non rispondono al tipico background Tory essendo state educate in scuole statali, come del resto la maggioranza dei ministri (diciassette su ventidue), rendendo il governo più rappresentativo del paese e meno remoto del circolo dei quartieri alti di Cameron. Due ministri, un uomo e una donna, provengono da gruppi etnici minoritari; nel gabinetto precedente ce n’era solo uno.
Nonostante un operato di determinata e inesorabile crudezza politica, che ha visto licenziare tra gli altri figure del calibro di George Osborne e il suo influente network, Theresa May ha ottenuto il plauso del suo partito per le scelte meritocratiche e il rispetto di commentatori britannici di varia estrazione che in lei vedono un ministro non accidentale, capace di assumere rischi e con un potenziale trasformatore. May non rappresenta la continuazione del governo uscente, è piuttosto un cambio ristoratore per molti nel Regno Unito saturi del presenzialismo mediatico e del presunto giovanilismo progressista di Cameron. Does it ring any bell?, direbbero gli inglesi. Il Partito Laburista ha evidenziato uno spostamento generale verso destra rispetto alle nomine di Cameron, in apparente contraddizione con il contenuto di mobilità sociale del discorso di insediamento a Downing Street. Non va comunque trascurato che May è stata la prima e più energica modernizzatrice del Partito Conservatore, pragmatica e critica quando lo ha ritenuto necessario. Occuparcene e capirne gli orientamenti è indispensabile. Malgrado la Brexit, il Regno Unito rimane Europa dal punto di vista geografico, culturale ed emozionale, l’interlocutore storico degli Stati Uniti d’America, e la terza economia dell’area europea.
Un tema caro a Theresa May è quello del contenimento delle migrazioni extra-comunitarie. Una delle sue misure più controverse è stata quella di impedire il ricongiungimento familiare al di sotto di una soglia stabilita di reddito annuo. Ha annunciato che saranno messe in vigore regole serrate per il 30% di migranti economici che arrivano nel Regno Unito senza un lavoro specifico, altre potrebbero essere applicate agli studenti stranieri al termine del loro percorso di studi, mentre non è chiaro il destino dei 40,000 lavoratori del settore della salute provenienti da paesi dell’Unione Europea. In materia di diritti umani, nel passato aveva caldeggiato il ritiro dalla “Convenzione Europea sui Diritti Umani” con la giustificazione che limitasse la libertà legislativa del parlamento e impedisse un’efficace difesa del paese. Anche se la sua opinione oggi sembra essere differente, si prevedono negoziazioni delicate per l’approvazione della lungamente differita legge anti-terrorismo che prevede l’espulsione senza appello per il diritto di libertà di espressione.
Durante il suo mandato di Ministro per le Pari Opportunità, ha promosso legislazione sulla discriminazione di genere e forti azioni di contrasto alla violenza domestica. Ha inoltre sostenuto la legalizzazione del matrimonio omosessuale. Si è poi duramente confrontata con la federazione nazionale della polizia di stato per l’applicazione di controlli sul fermo di sospetti afro-discendenti, per cui gli agenti devono formalmente giustificare i procedimenti adottati, decisione che nemmeno il governo di Obama ha avuto il coraggio di prendere, a dispetto dell’emergenza in atto negli Stati Uniti. May è anche la fautrice della legge contro le moderne forme di schiavitù. Pur non essendo sempre stata una paladina dei diritti dei lavoratori ed essersi opposta al salario minimo nazionale per il suo impatto depressivo sulle imprese, ha posto al centro del suo attuale enunciato politico le classi meno abbienti, proponendo l’obbligatorietà di inquadrare rappresentanti dei lavoratori nei consigli di amministrazione e la facoltà di quest’ultimi di decidere sulle compensazioni annuali degli esecutivi. Ci si attende altresì un incremento del ruolo dello stato nell’incentivazione produttiva ed economica. Con la l’austerità che ha chiuso il suo corso e i tassi di interesse al minimo storico, May potrebbe optare per investimenti infrastrutturali a supporto dell’imprenditorialità e l’occupazione. Riguardo all’educazione negli anni ha votato sia a favore sia contro l’aumento delle tasse universitarie ed è una grande sostenitrice della libertà di istituzione di nuove scuole nel settore statale per iniziativa di diverse fonti, incluse cooperative e gruppi di genitori.
Le sfide che eredita dall’amministrazione Cameron sono plurime e composite. La Cancelliera Merkel si aspetta un piano con precise rassicurazioni che il Regno Unito rinuncerà alla Presidenza dell’Unione Europa nella seconda parte dell’anno. Al contrario, il settore privato inglese, per evitare shock aggiuntivi al rallentamento della crescita e la caduta della fiducia dei consumatori, spera in una deroga dell’attivazione dell’articolo 50 che avvia il processo biennale di recessione. E non è ancora chiaro che tipo di rapporto ci si auspichi con l’Unione Europea, se una formula simile a quella della Norvegia che preveda la libera circolazione e una tassa di accesso al libero mercato, oppure una formula esclusiva che metta fine alla libera circolazione e ritenga forme di accesso al libero mercato. I mercati finanziari sono stati tranquillizzati sul versante della stabilità politica, garantita dalla subitanea investitura del Primo Ministro, e della disponibilità di denaro a buon mercato, assicurata dall’annunciato taglio dello 0,5% del costo del credito e l’iniezione di fondi freschi nel sistema, ma la bilancia dei pagamenti del Regno Unito è alla corda e il settore manifatturiero in enorme sofferenza. Oltre a ciò il deprezzamento della sterlina inglese potrebbe non aiutare le esportazioni se persistono timori relativi alle barriere commerciali post-Brexit. May avrà anche bisogno di trattare con l’Unione Europea la permanenza delle banche e altre istituzioni finanziarie sul suolo britannico per evitare il trasferimento di migliaia di posti di lavoro, considerato che il 12% del Pil proviene dai servizi finanziari. Quantunque avvengano il taglio delle pensioni derivato da un congelamento quadriennale, il ridimensionamento degli esoneri di imposta per i lavoratori di bassa fascia retributiva, la riduzione dell’indennità di disoccupazione, e la limitazione dei benefici alle famiglie numerose, la spesa pubblica per il welfare continuerà a rimanere troppo elevata per lo stato.
Sul piano internazionale, dovranno essere particolarmente curate le difficili relazioni con la Russia e il vincolo speciale con la Cina. Su quello nazionale, si profila l’eventualità di un secondo referendum sull’indipendenza della Scozia – dopo quello del 2014, e a catena un altro nell’Irlanda del Nord, per assicurarne la permanenza nell’Unione Europea, con la minaccia della disgregazione del Regno Unito. Non a caso il primo incontro ufficiale di Theresa May è stato con Nicola Turgeon, Primo Ministro scozzese. Nell’ipotesi di una sortita obbligata di Scozia e Irlanda del Nord dall’Unione Europea, il Regno Unito dovrebbe assumere gli oneri dell’aiuto finanziario per l’agricoltura al momento sopperiti dall’UE. May aveva premonito che la vittoria della Brexit avrebbe comportato cambiamenti nel controllo della frontiera fra l’Irlanda del Nord e la Repubblica d’Irlanda. Dovrà ora dialogare con le due parti per non riaccendere frizioni territoriali che l’Europa, non solo in Irlanda, aveva contribuito a risolvere.
Saranno le donne, Theresa May, Nicola Turgeon e Arlene Foster, Primo Ministro dell’Irlanda del Nord, a negoziare il futuro del Regno Unito, nel lungo regno di Elisabetta II. Prima dell’epilogo dell’anno, potremmo testimoniare un’altra situazione mai sperimentata prima con Hillary Clinton alla presidenza statunitense, Angela Merkel a reggere di fatto le redini dell’UE, Theresa May alla testa di uno dei centri finanziari e commerciali più importanti del mondo, e Christine Lagarde alla direzione del Fondo Monetario Internazionale. Importa che siano donne? Aldilà delle visioni e dei progetti politici, sì importa, perché ha a che vedere con la nostra vicenda comune di emarginazione ed esclusione dal potere. In particolare si fa interessante quando le donne rivelano di avere una voce propria, creativa e innovativa, e di non essere pedine di altre personalità o impiegate di partito senza storia e cultura. Lo spettro delle probabilità di avere donne capo di stato si amplia di generazione in generazione in tutte le direzioni del pianeta: Indira Gandhi, Golda Meïr, Margaret Thatcher, Benazir Butto, Mary Robinson, Mireya Moscoso, Helen Clark, Angela Merkel, Ellen-Johnson Sirleaf, Michelle Bachelet, Jóhanna Sigurđardóttir, Park Geun-hye, Aminata Touré, Aung San Suu Ky, per ricordarne alcune. Nessuna ortografia italiana, ahimè, in questo alfabeto della civiltà e del progresso. L’immagine di Theresa May che apre la porta di 10 Downing Street sull’iPad delle bambine 2.0, anche di casa nostra, da origine a una possibilità in più per tutte loro.