Cazzus! (come scriveva Machiavelli quando non ci credeva). Il declino italiano non dipende dall’aumento delle tasse, dallo strapotere della burocrazia, dalla corruzione, dal dissesto bancario, eccetera eccetera.

No: il declino dipenderà dalla bocciatura del referendum costituzionale. 
Una riforma che è un insieme di provvedimenti abbastanza sconclusionati e figli di un’assenza di visione globale dei bisogni della Repubblica, ma che comunque considero altrettanti passi in avanti da non demonizzare e da valutare entrando nel merito, per accorgersi che c’è anche del buono, altroché. 
Ma quando leggo le castronerie del Centro Studi di Confindustria, viene davvero voglia di votare no. Non fosse altro per smascherare questi pietosi e provinciali atti di servilismo – non saprei definirli diversamente.

Perché, illustrano le decine e decine di slide dello studio di Confindustria con tanto di inconfutabili grafici, se passasse il no in Italia verrebbero a mancare 600.000 posti di lavoro e il 20% di investimenti, e il Pil, calerebbe dell’1,7% in tre anni, anzi del 4% vista la mancata crescita che ci sarebbe con la vittoria del sì. Molto precisa anche la previsione dei nuovi poveri, 438 mila in più, che si aggiungerebbero a un deficit pubblico al 4% già nel 2018 e a un debito pubblico che nel 2019 sfonderebbe il 144% del Pil, e  molto altro. Una catastrofe, altro che Brexit, roba da lasciare il paese in tempo utile prima di un voto che sarebbe peggiore di chissà quale tsunami.

Appartengo a una cultura politica che rispetta i ruoli e rispetta i “centri studi” delle categorie: ognuno dica quel che vuole. Ma non mi compiaccio di una perdita di credibilità di un centro studi così autorevole, che verrebbe demolita se tali scenari si rivelassero gonfiati ad arte, perché il sospetto è che in questo caso si dica che quel che fa comodo, quel che piace a una certa parte, creando allarmismo e distraendo dai problemi strutturali del paese, sventolando anche l’aumento delle nuove povertà, cosa di cui Confindustria non si è occupata molto spesso.

Questi numeri strampalati secondo Confindustria sarebbero conseguenza del caos politico che deriverebbe dal fallimento del referendum: dimissioni, nuovo governo, nuove elezioni, vittoria del peggio del peggio, incertezza dei mercati e quant’altro.

A questa schiera di certezze preferisco un laico “ma chi lo ha detto?”. Forse che il rating di Torino stia sprofondando? Forse che Roma adesso sia in mani peggiori rispetto al malgoverno partitico di decenni?

Attenzione: questi argomenti apocalittici non hanno funzionato in Gran Bretagna. I toni ricattatori sono sempre antipatici, soprattutto quando applicati all’esercizio della democrazia. In questo caso fanno venire voglia di rivolgersi, più che ai ruffiani, ai fattucchieri. La cui categoria, forse, è entrata in Confindustria.