La Corte d’Appello Tribunale di Torino e ad una successiva ordinanza del tribunale di Torino, la n. 20988 del 13 agosto 2016 ha emanato una sentenza che condivide le ragioni portate all’attenzione della magistratura da parte di alcune famiglie che avevano sostenuto il diritto delle stesse a far consumare ai propri figli, durante l’ora di mensa, il pasto portato da casa.

Inizialmente il tribunale aveva rigettato il ricorso dei genitori, stabilendo che costoro avrebbero potuto scegliere un orario ridotto piuttosto che il tempo pieno, una scelta che, oltre ad obbligare i genitori, talvolta impossibilitati per motivi lavorativi, a riportare il figlio a scuola dopo la pausa pranzo, avrebbe leso il diritto per gli alunni a partecipare al “tempo mensa”.

Dopo la sentenza di Torino, la questione sta assumendo un carattere nazionale.

Le posizioni in merito sono diverse e oscillano tra la tutela del valore educativo del pasto a scuola, previsto nelle linee guida ministeriali e il diritto dei genitori di decidere in merito al pasto dei propri figli.

Il servizio mensa messo a disposizione da molti istituti scolastici è un servizio a pagamento, quindi non è obbligatorio ma rientra nel “tempo scolastico”; il “tempo mensa” rappresenta un essenziale momento di condivisione, di socializzazione, di emersione e valorizzazione delle personalità individuali, oltre che di confronto degli studenti con i limiti e le regole che derivano dal rispetto degli altri e dalla civile convivenza. A tal fine il D.lgs. 59/2004 prevede “l’assistenza educativa del personale docente nel tempo eventualmente dedicato alla mensa e al dopo mensa».

Pertanto se è vero che la ristorazione scolastica deve essere considerata un importante momento di educazione e di promozione della salute, il diritto di partecipare all’istruzione scolastica impartita durante il “tempo mensa e dopo mensa” non può essere negato, né condizionato all’adesione a servizi a pagamento. Poiché per ovvie ragioni l’alternativa non può essere il digiuno l’unica è quella di consentire agli alunni la possibilità di consumare a scuola un pasto preparato a casa. Questo consentirebbe a tutti di beneficiare del diritto allo studio

Il MIUR e l’Istituto scolastico coinvolto nel provvedimento affermano che l’individuazione dei locali nei quali far consumare i pasti portati da casa è una decisione che spetta ai singoli istituti e richiamano un «generale divieto di introdurre alimenti esterni nella mensa, durante l’orario dei pasti», senza indicare , però, fonti normative in merito..

Tale divieto negherebbe il diritto all’istruzione, durante il “tempo mensa e dopo mensa”, e la possibilità di fruire dei contenuti formativi precitati ledendo, di fatto, diritti costituzionali.

Le reazioni all’ordinanza del Tribunale di Torino non si sono fatte attendere; favorevoli da parte dei ricorrenti, soddisfatti dell’esito giudiziario del tribunale di Torino che ha riconosciuto un diritto che non vale solo per chi ha intrapreso l’azione legale, a cui Comune e MIUR dovranno adeguarsi, pena in caso di loro inadempimento, il dover fronteggiare ulteriori ricorsi. Il presidente della regione Piemonte Sergio Chiamparino e l’assessore all’Istruzione Gianna Pentenero, in una nota congiunta, come riportato dal quotidiano Repubblica, palesano la loro “preoccupazione del nuovo pronunciamento del tribunale di Torino sul pasto domestico”e, dichiarano “La Regione Piemonte ha già sottolineato in più occasioni il rischio che le sentenze della magistratura possano mettere in discussione l’universalità del servizio mensa e la funzione pedagogica, sociale e di educazione alimentare di cui è portatrice. Siamo fermamente convinti che il tema dei costi troppo elevati della ristorazione scolastica non possa essere affrontato smontando una conquista raggiunta negli anni”….e riteniamo indispensabile avviare un confronto sul tema con il ministero dell’Istruzione… E’ infatti necessario un intervento legislativo di carattere nazionale che colmi il vuoto normativo messo in evidenza dalle decisioni della magistratura”. “Intanto, – concludono Chiamparino e Pentenero- in attesa della sentenza definitiva della Corte di Cassazione, a cui il Ministero ha manifestato l’intenzione di presentare ricorso, proponiamo a Comuni e autorità scolastiche di costituire un tavolo comune per monitorare la situazione, anche con particolare attenzione al tema della responsabilità di dirigenti e insegnanti, e predisporre eventuali interventi utili a rendere funzionale l’organizzazione scolastica e a ridurre al minimo i disagi di scuole e famiglie”.

Altri interventi come l’assessore regionale alla Sanità, Antonio Saitta, “non esiste un ‘diritto costituzionale al panino’, prima vengono l’equità e la salute mentre per l’assessora torinese ai Servizi educativi Federica Patti, esponente della giunta Appendino, “E’ giusto che le scuole abbiano attenzione alle singole peculiarità, ma non possono accogliere le pretese individuali delle famiglie”,
(dichiarazione non in linea con il M5S nazionale che già dal novembre 2015 raccoglieva firme per chiedere la possibilità di poter provvedere in modo autonomo al pasto dei figli).

Sicuramente le vicende di questi giorni inducono ad una riflessione sulla ristorazione scolastica che potrebbe spingere chi gestisce le mense a garantire un servizio di maggiore qualità. Un’indagine di Coldiretti/Ixè riporta che l’83% delle mense dovrebbe offrire cibi più sani e più buoni. Infatti non sempre la mensa scolastica è sinonimo di qualità , ancora meno di bontà. Spesso i cibi non vengo consumati dai bambini evidenziando, così, uno spreco per niente educativo. E mentre a scuola, attraverso l’educazione alimentare si sollecitano gli alunni, e indirettamente i genitori, a privilegiare i cibi a km 0, anche per valorizzare realtà produttive locali, nelle mense,spesso, vengono utilizzati cibi surgelati.

Le tariffe risultano essere troppo alte per molte famiglie, soprattutto in presenza di più figli,e la scelta di portare il cibo da casa sarebbe un grosso sgravio per i genitori.

Ovviamente non è pensabile di far consumare i pasti in un luogo diverso dalla mensa, perché lederebbe il diritto ad apprendere e quindi discriminante in quanto verrebbero a mancare le opportunità formative del “tempo mensa”, momento educativo del progetto complessivo.

Le preoccupazioni in merito alla promiscuità dei cibi e il pericolo di contaminazione, soprattutto alla presenza dei bambini allergici o celiaci, non trova fondamenta considerando che attualmente, tali bambini, pur con pasti specifici, siedono a tavola con altri compagni e ogni giorno, in classe, consumano liberamente la merenda portata da casa per la ricreazione. Inoltre, con la consumazione promiscua, verrebbe meno la necessità di ulteriore personale docente da utilizzare in un luogo diverso dalla mensa.

Continueremo a seguire e approfondire la vicenda auspicando ad un’attenzione ,in primi, da parte del Ministero, affinché colmi il “vuoto normativo” evidenziato dalle decisioni della Magistratura e da parte di tutte le Amministrazioni nell’accogliere le esigenze delle famiglie.

Oggi, più che mai, la scuola esercita la sua funzione in collaborazione con la famiglia; un’ azione coordinata tra le parti, nell’ottica della condivisione di principi, obiettivi e necessità, non può che favorire il dialogo e il confronto per affrontare e superare insieme le difficoltà che, inevitabilmente, la realtà quotidiana comporta.