386 morti in un barcone libico davanti alle coste di Lampedusa. Uomini, donne e bambini in prevalenza provenienti dall’Eritrea‎, scappati da una dittatura e morti a pochi metri da quello che chiamavano “futuro”: l’Occidente.
Ieri si è commemorata la più grande tragedia del Mediterraneo dalla Seconda Guerra Mondiale, dimenticando che solo ieri sono morti nove migranti e ne sono stati salvati 5648.
“La portata inedita, e per certi aspetti epocale, delle migrazioni nel Mediterraneo non può certo essere trattata con cecità dalle classi dirigenti e con indifferenza dalle opinioni pubbliche” ha sottolineato il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, chiedendo anche di “mettere in campo tutta l’intelligenza, l’umanità e la capacità organizzativa”, auspicando altresì di “coordinare gli sforzi in ambito europeo”. Parole, quelle di Mattarella, che sono come stilettate nei confronti di una politica europea sempre più autoreferenziale che guarda a Lampedusa come ad un’isoletta ai confini dell’Europa e non come il simbolo di una svolta geopolitica epocale che ci impone interventi chiari, univochi e soprattutto capaci di ridare senso etico a quell’Unione Europea che oggi pare aver perso la sua anima.
Non é questa la sede per discutere di politiche migratorie, ma é giusto ricordare che a Sud dell’Europa esiste quella che il geopolitico Lucio Caracciolo chiama “Caos Land”: decine di Paesi nei quali fame e guerra sono la normalità. Di questo l’Occidente, ed ancor più l’Europa che con questo Sud condivide il Mediterraneo, deve prenderne atto. Non é pensabile “chiudere le frontiere”, é un non senso geografico, ma si può e si deve agire nei Paesi da dove questi disperati partono portando avanti piani di sviluppi seri e non assistenzialistici, consci, però, che chi scappa da una guerra ha il diritto di sperare in una vita migliore altrove. E qui é la sfida: distinguere tra migranti economici e rifugiati politici, aiutare i primi a costruire economie più solide nei loro Paesi ed accogliere senza se e senza ma i secondi. Ad oggi nulla di tutto ciò é stato fatto ed anzi l’Europa paga letteralmente Erdogan perché trattenga i curdi che scappano dalla Siria in Turchia. L’Unione Europe continua a gestire il fenomeno immigrazione come un’emergenza, i Paesi si scontrano sul numero dei migranti da accogliere, si indicono referendum, si costruiscono muri, si raccolgono consensi con il razzismo populista o il buonismo sinistrorso, ma il problema non lo si affronta. Intanto migliaia di disperati continuano a tentare la sorte su barconi improbabili e spesso muoiono avendo però rimpinguato le casse dei “mercanti di carne umana” intrinsecamente legati con i peggiori criminali di quest’epoca.
Nel giorno del cordoglio, si sono accesi lumini, si è guardato “Fuocoammare” sperando vinca l’Oscar e postato sulle bachece dei social immagini commoventi, ma oggi si torna ad accettare -più o meno consciamente- che la classe politica europea continui a guardare dall’altra parte, incapace anche solo di capire che l’immigrazione é, come l’ha definita il Presidente della Repubblica, un fatto epocale