Il Premio Nobel per la Pace è stato assegnato il 7 ottobre a Juan Manuel Santos, presidente della Colombia al suo secondo mandato consecutivo, per aver promosso un accordo che pretende concludere il conflitto armato interno più lungo del continente americano, durato 52 anni (nella regione permangono conflitti di bassa intensità in Paraguay, Messico e Perú), con un bilancio di un quarto di milione di morti (80% civili), 46.000 casi di sparizione, migliaia di vittime di arruolamento forzato, sequestro, tortura, abuso sessuale, e secondo le stime dai cinque agli otto milioni di sfollati. Le ostilità erano iniziate nel 1964, anno di fondazione delle Forze Armate Rivoluzionarie della Colombia (Farc), movimento contadino di ispirazione marxista-leninista, guidato da Manuel Marulanda e Jacobo Arenas, che si batteva contro il latifondo. Alla fine della guerra fredda, le Farc non avevano perso sostegno, per il loro radicamento nella politica interna della Colombia, risalente alla guerra civile del 1948-58, e per il disimpegno dello stato da settori economici chiave, e il libero ingresso di capitali stranieri, che con la restrizione del mercato per i piccoli agricoltori, e il peggioramento delle precarie condizioni di vita nelle campagne, avevano continuato a giustificare il bisogno di una “resistenza armata”. Nei primi anni 2000, le Farc avevano 20.000 combattenti (per alcune fonti con un 40% di donne) e controllavano un terzo del territorio colombiano, anche attraverso la produzione e il traffico di cocaina e l’imposizione di tributi. Dalla vittoria del premio da parte di Rigoberta Menchú Tum nel 1992, nessun latinoamericano aveva ottenuto tale riconoscimento; e dal 1998 non era stato destinato a un processo similare.

Le negoziazioni fra il governo e le Farc sono state condotte all’Avana, Cuba, negli ultimi quattro anni, fino all’annuncio della pace e le condizioni per il reintegro degli ex-combattenti alla vita civile e politica avvenuto lo scorso agosto e siglato in maniera simbolica nel mese di settembre. La stretta di mano fra il presidente Santos e il comandante delle Farc, Rodrigo Londoño, alias Timochenko, è stato però stigmatizzato da un evidente imbarazzo qualche secondo prima dello scatto ufficiale pubblicato dai quotidiani di tutto il mondo, quando il leader cubano Raúl Castro ha dovuto tirare il polso di Santos verso il palmo già aperto di Timochenko, quasi un presagio di quello che sarebbe avvenuto di lì a qualche tempo, e precisamente il 2 ottobre, con la bocciatura del piano di attuazione da parte del 50,21% del totale di 13 milioni di partecipanti a un referendum nazionale. E’ importante tenere presente che, secondo il censo elettorale del 2015, in Colombia gli abili al voto sono 34 milioni e lo scarto fra il “no” e il “si” è stato di circa 54.000 voti. Molti in questi giorni hanno parlato di un paese diviso in due, ma si potrebbe dire diviso in tre. Sia quelli per il “no”, sia quelli per il “si”, esprimono poco oltre il 19% dell’elettorato attivo della Colombia, mentre quelli che non sono accorsi alle urne costituiscono il 60%. In realtà, la maggior parte dei colombiani sembra non reputare la pace un tema vitale o la politica un mezzo efficace.

Il “si” ha vinto a Bogotá, Cali, Barranquilla e Cartagena ed è stato sconfitto nelle altre città e nelle circoscrizioni estere. Il “si” ha ugualmente guadagnato una schiacciante prevalenza nelle aree rurali del conflitto: Chocó, Cauca, Putumayo e Vaupé. La Fondazione per la Pace e la Riconciliazione riporta che il “si” ha prevalso in 67 degli 81 municipi più colpiti dalla guerra. In un comunicato ufficiale, le vittime del massacro di Bojayá, uno dei più cruenti compiuti dalle Farc nel 2002, hanno chiesto al presidente Santos, e a tutta la società colombiana, di rispettare il 96% delle preferenze per il “si” da loro enunciato. Nel comunicato si dichiara che coloro che hanno votato per il “no” hanno un debito con i diritti delle vittime e il costo umano e che, al contrario, quanti hanno sofferto la brutalità del confronto armato non sono più disposti ad accettare quella che definiscono “la politica di guerra” dei governi colombiani, che non hanno ottemperato al dovere della protezione dei propri cittadini e hanno tenuto in scacco i progetti di vita di milioni di persone, allo stesso tempo impedendone il controllo dei territori. Le vittime di Bojayá hanno provocatoriamente invitato l’ex-presidente Álvaro Uribe, promotore della campagna per il “no”, il quale ha edificato la propria carriera politica sull’intransigenza al patteggiamento, a risiedere privi di scorta nelle loro comunità in modo da comprendere ciò che significa sopravvivere alla violenza e alla povertà.

Il cessate il fuoco termina il prossimo 31 ottobre, e Santos, che all’avvio dei negoziati aveva rotto con l’oltranzista Uribe, esponente dell’élite rurale, è impegnato nell’allargamento del dibattito al fronte conservatore dell’ex presidente. La propaganda populista fomenta la preoccupazione che le Farc trasformate in partito politico – condizione democratica realizzata in tutti i paesi dell’America Latina dove l’insurrezione armata ha firmato accordi con il governo, possano aprire la strada a un improbabile castro- chavismo colombiano. La riapertura della trattativa minaccia i punti centrali della partecipazione politica e della giustizia transizionale. I patti prevedono che, dalle presidenziali del 2018, i membri della guerriglia abbiano una rappresentanza minima di cinque deputati e cinque senatori. Lo stato colombiano rinuncia alla sovranità su alcuni accampamenti dove si stabiliranno i guerriglieri per favorirne la smobilitazione. I rei confessi, siano militari, paramilitari o delle Farc, verranno sottoposti a un tribunale di pace, con forti riduzioni delle pene, se contribuiranno a far luce sulla verità, e sconteranno le sentenze in luoghi speciali di reclusione. Quelli che non ammetteranno le proprie responsabilità verranno rinviati alla giustizia ordinaria. Applicati in altri processi di riconciliazione, questi provvedimenti danno centralità alla vittima e alla sua esigenza di riparazione piuttosto che alla punizione del colpevole.

Sebbene si sarebbero potuti ufficializzare senza ricorrere al referendum, Santos, come suoi omologhi a diverse latitudini e circostanze, non ha resistito alla tentazione del plebiscito personale, e l’uso populista della consultazione diretta, spesso fonte di disfatte epocali e ripercussioni grevi sugli assetti dei paesi. Pure il referendum sui trattati di pace in Guatemala, nella seconda metà degli anni ’90, risultò un colossale insuccesso, mettendo a repentaglio un iter lungo e delicato. Gli accordi impongono alle Farc di compensare le vittime, liquidare il proprio patrimonio, e abbandonare il commercio di droga. Tuttavia non sono stati previsti fondi sufficienti per la formazione e l’inserimento lavorativo degli ex-combattenti, condizioni che hanno spinto molti di loro a organizzarsi e armarsi. Il cessate il fuoco con le Farc avrebbe trainato la ripresa del dialogo con l’Esercito di Liberazione Nazionale (Eln), secondo raggruppamento rivoluzionario nato sotto l’influsso della teologia della liberazione, prevista per il 27 ottobre a Quito, in Ecuador, con la costituzione di un tavolo, sotto gli auspici dell’Organizzazione degli Stati Americani, e Brasile, Chile, Cuba, Norvegia e Venezuela, come garanti. Soprattutto avrebbe potuto arginare il rischio del travaso di truppe dalle Farc all’Eln. Con un’eventuale riduzione dell’amnistia e nessuna rete economica, c’è persino da temere un massiccio passaggio a cartelli criminali.

Il Premio Nobel per la Pace viene conferito dal Comitato Norvegese del Nobel e non dall’Accademia Reale Svedese delle Scienze. Il Comitato, nominato dal parlamento della Norvegia in modo da rifletterne la composizione, quest’anno ha fatto la sua selezione fra un numero record di 376 aspiranti e, appena all’indomani del deludente esito del referendum colombiano, tramite la sua portavoce, ha dichiarato che l’intenzione è di sostenere una promessa di pacificazione e il mantenimento del cessate il fuoco. Posta in questi termini, la scelta di Juan Manuel Santos sembra in linea con altre che nel passato hanno accreditato tentativi non riusciti, alcuni con sviluppi tristemente noti, come in Vietnam nel 1973 (Henry Kissinger e Le Duc Tho) e in Medio Oriente nel 1994 (Yasser Arafat, Ytzhak Rabin e Shimon Peres); e leadership spinose, alla luce di scandali per le violazioni ai diritti umani, incluse violenze sulle donne, da parte dei contingenti di peace-keeping, come quella dell’Onu nel 2001; o in fieri, e poi parzialmente smentite, come quella di Barack Obama nel 2009; o addirittura fantasma per evidente inadeguatezza, come quella dell’Unione Europea nel 2012. Non va nemmeno perso di vista il ruolo di primo piano, anche finanziario, che la Norvegia ha giocato nel collegamento tra le Farc e il governo colombiano. Considerati la natura politica del comitato, il fatto che le proposte per il Nobel vengono presentate, fra altri soggetti, da capi di stato, consiglieri e alti dignitari di governo, e il derivante carattere di compromesso e convenienza di molte decisioni, viene da chiedersi quanto alle volte rimanga del suo valore e della sua veridicità storica.

L’affermazione pur di stretta misura, del “no” ha sorpreso la comunità internazionale che ha agevolato l’intero percorso e ha partecipato alle celebrazioni, senz’altro premature, di Cartagena a fine settembre. La disposizione successiva di escludere le Farc dal riconoscimento, malgrado la candidatura fosse congiunta, lascia spazio ad alcune riflessioni. Il gruppo dei paesi amici, inclusivo dell’Unione Europea e degli Stati Uniti, temeva di inimicarsi i latifondisti, e i partner dei trattati di libero commercio, in prima linea nel blocco del “no”? Nel paese dove esiste fra le più alte concentrazioni terriere – il 4% controlla oltre la metà della proprietà, la questione dell’accesso alla terra è stato il punto centrale dei colloqui, il cui esito include forme di compensazione e redistribuzione che solo iniziano ad affrontare disuguaglianze mai risolte. Assegnare il Nobel alle Farc avrebbe davvero impedito la pace o avrebbe rafforzato l’idea che è l’esclusione dallo sviluppo di una parte della popolazione a impedire la coesione? Del resto, l’intesa è stata raggiunta, dopo svariate manovre nel corso del tempo non sempre trasparenti da parte del governo, perché oggi la Colombia, con la riduzione degli aiuti militari degli Stati Uniti – in sedici anni ha ricevuto 10 miliardi di dollari per l’abbattimento delle Farc, e un miglioramento della situazione macroeconomica, ha la necessità e l’interesse di lasciarsi alle spalle la guerra e inseguire ambizioni geo-politiche, essendo la terza nazione per popolazione e la quarta economia dell’America Latina. Non fu forse lo sterminio di 5.000 guerriglieri smobilitati nel 1984, dopo un tentativo di riavvicinamento, a impedire una risoluzione effettiva per i tre decenni posteriori? “La pace si fa con il nemico”, ripeteva con forza Rabin ai suoi detrattori, e si potrebbe aggiungere che a un genuino tavolo negoziale siedono dei pari che si rispettano reciprocamente e ai quali si attribuiscono equamente i risultati conquistati.

In definitiva, Santos non ha il curriculum del pacifista. Dal 2006 al 2009, è stato Ministro della Difesa di Uribe, nel momento in cui l’offensiva contro le Farc e l’Eln era estesa a tutte le popolazioni ritenute la loro base di appoggio e crebbero le violazioni dei diritti umani, quali massacri paramilitari e dell’esercito, omicidi di sindacalisti e di attivisti contadini, indigeni e dei partiti della sinistra. Nello stesso periodo, Uribe propose un’azione cosmetica di scioglimento della compagine paramilitare, che portò a lievi condanne nei confronti di alcuni dei capi storici, ma essendo parte della strategia contro insorgente dell’esercito regolare, e godendo di favore politico, il fenomeno si riconfigurò sotto nuove sigle, proseguendo le proprie attività repressive e illecite. Le imprese paramilitari del narcotraffico, e lo stesso esercito, hanno aumentato ricchezza e potere, in particolare l’esercito è asceso a seconda forza in America Latina. Santos è successo a Uribe nel 2010 e, grazie a un intervento ormai divenuto di scala internazionale, ha continuato nella lotta in opposizione ai gruppi guerriglieri, indebolendone i vertici e riducendone i combattenti a 7,000 unità; ciò nonostante, data l’impossibilità di terminare lo scontro per via militare, e sotto la pressione di Cuba, in fase di distensione con gli Stati Uniti, ha riaperto la strada ai dialoghi di pace. Gli accordi per Santos sono la porta d’entrata per investimenti esteri e veicoleranno finanziamenti per la contingenza post-bellica dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, rispettivamente per 390 milioni di dollari e 573 milioni di euro.

Una recente notizia, sfuggita ai media nostrani, è l’annullamento, per infondatezza delle prove, da parte della Corte Suprema di Giustizia della Colombia, delle imputazioni che avevano bandito la senatrice afro-discendente Piedad Córdoba dalla vita politica, a causa di una presunta connivenza con le Farc. Una delle personalità di spicco della sinistra colombiana, sequestrata dai paramilitari di Carlos Castaño nel 1999 e oggetto di molteplici attentati, di cui l’ultimo nell’aprile di quest’anno, Córdoba è stata una fautrice ante litteram di un’uscita pacifica dal conflitto. Designata da Uribe nel 2007 come mediatrice con le Farc per la liberazione dei sequestrati, ha conseguito il rilascio di una decina di prigionieri e un consenso che l’ha portata a essere contemplata come candidata presidenziale, quando nel 2010 il procuratore Alejandro Ordóñez, uomo di Uribe, l’ha inabilitata a esercitare incarichi pubblici per 18 anni. Nel 2012, Piedad Córdoba ha fondato la “Marcia Patriottica” che raggruppa organizzazioni sociali che rappresentano le comunità povere rurali, le popolazioni indigene, e le donne. Córdoba viene da una lunga storia di boicottaggio politico e discriminazione a sfondo razziale e forse avrebbe potuto essere il Premio Nobel per la Pace in Colombia. O magari il riconoscimento, e l’incoraggiamento, sarebbero potuti andare al popolo colombiano, incentivando la convinzione che la pace può essere concretata unicamente per il cammino della riconciliazione nazionale; e che questa è una meta che può essere raggiunta solo mediante una ripartizione equa delle risorse e la parallela creazione di meccanismi di inclusione per la maggioranza degli esclusi dalle opportunità di crescita.