Niccolò Rinaldi, già vice presidente del gruppo ALDE al parlamento europeo, presidente di Liberi Cittadini :

1. Cresciuto alla scuola repubblicana, mi considero liberaldemocratico. Lo sono perché sono convinto che l’Italia abbia bisogno, da sempre, di una botta di liberal-democrazia, con poche leggi ma molto chiare, con una norma trasparente che prevalga sull’arbitrio, ovvero con la supremazia dello stato di diritto rispetto all’abuso, o al suo diminutivo, l’opaca discrezione, dove al cittadino sia permesso di affermare la sua scelta, di espandere la sua capacità, di creare il proprio spazio vitale, professionale, conoscitivo. Ovvero, perché ho talmente rispetto per la burocrazia, sono liberaldemocratico perché voglio una burocrazia al suo posto e solo lì, semplice, accessibile, evidente nella procedura e nelle finalità – che si tratti di pagare una tassa o di esercitare un’attività.
Sono liberal-democratico perché sono convinto che in Italia il mercato e anche lo Stato debbano essere aperti, con molte maggiori liberalizzazioni, sottoposte a garanzie e sempre nell’interesse non dei privati ma della collettività – dunque, diversamente da come adesso.
Sono liberale perché la laicità è ancora un’emergenza nel nostro paese. E intendo per laicità non solo la separazione tra Stato e Chiesa, ancora non del tutto compiuta in Italia (si legga la proposta di legge di revisione del Concordato, presentata da Possibile, per permettere alla magistratura italiana di perseguire i pedofili che si annidano nel clero, per capire l’ennesimo ritardo nazionale su cui tutti tacciono), ma anche la separazione tra Stato e corporazioni di ogni sorta, tra politica e affari. Intendo la laicità come l’impermeabilità dello Stato rispetto alle faziosità dei clientelismi e delle mille parrocchie familiari e particolari. Per me la laicità è anche questo: più Stato nello Stato e meno Stato nel mercato, e più mercato nel mercato e meno mercato nello Stato.

2. Ancora di più sono europeista, e lo sono da figlio di una tradizione che ha sempre visto nella patria e nel proprio “municipio” l’imprescindibile valore della comunità di origine, comunità amate perché si aprono, e da aprire amandole. Sono persuaso da quanto oltre mezzo secolo fa asseriva Altiero Spinelli, cioè che il vero discrimine ormai non sia più secondo le tradizionali linee di destra e sinistra, conservatori e progressisti, ma tra i ferventi europeisti e gli altri. Tra gli “altri” non metto solo i sovranisti che si oppongono al processo d’integrazione, ma anche tutti quegli europeisti a metà, che invocano maggiore “coordinamento” tra i vari paesi, che si accontentano del metodo inter-governativo. Sono per gli Stati Uniti d’Europa, con un solo governo e solidi principi di sussidiarietà, con un popolo consapevole del suo destino comune.
E ritegno che questa sia la scelta del coraggio, della bellezza e dell’intelligenza, perché nei suoi duemila anni e passa di storia l’Europa non ha conosciuto un progetto altrettanto civile e pacifico, e perché so bene, come in realtà sanno tutti, anche coloro che ingannano affermando il contrario, che solo con un’Europa unita, e non meramente “integrata” o “solidale”, possiamo affrontare ognuna delle sfide del nostro tempo con qualche probabilità di successo. E sono contento di appartenere al mondo liberale, fermamente europeista – da sempre, fin dal Risorgimento, e poi dalla Resistenza, dalla ricostruzione, e non da Maastricht…

3. Sono di sinistra, perché sono convinto che nel nostro paese vi sia poca giustizia sociale, tra settori della cittadinanza poco tutelati, forbice salariale che continua a crescere e scarsissima mobilità sociale. Lo sono ancora di più in Italia, paese dove l’illegalità la fa spesso da padrona, anche deprimendo la meritocrazia, e dove è necessaria un’attenzione particolare ai settori con minori tutele, o addirittura privi di tutela, che non possono essere lasciati in balia di aggiustamenti del mercato che si vorrebbero naturalmente virtuosi.
Da liberaldemocratico aborro mance assistenzialistiche e propagandistiche, e sono convinto che occorrano politiche di coesione sociale non conservatrici e paternalistiche, ma capaci di mettere chiunque, in base alle sue precise condizioni, di sviluppare la propria persona. La prima di queste politiche è una scuola e poi un’università di qualità per tutti. Pubblica la prima, anche privata la seconda, ma con meccanismi che la rendano accessibile anche a chi ha meno.
Sono di sinistra perché ritengo, e ancora una volta soprattutto in un’Italia disastrata, che la protezione dell’ambiente abbia bisogno di una politica non sclerotica, non burocratica, non formalmente ingessata a tal punto da permettere troppi abusi, ma che salvaguardi il nostro territorio, mettendolo in sicurezza dai suoi dissesti e valorizzandolo nella sua bellezza.
Ho fatto tanta strada e ancora spero di farne con amici che di sinistra non sono, anche perché se uno più due e più tre fa sei, non appartengo alla sinistra socialista o addirittura post-comunista, ma appunto a quella democratica e liberale, gobettiana e lamalfiana, europeista da Mazzini a Spinelli, che ha sempre saputo coniugare mercato e diritti civili, programmazione dell’interesse collettivo e libertà dell’individuo.

4. Non sono per la solitudine dei liberal-democratici e non ho paura delle alleanze, anzi. Sono consapevole che questa cultura è restata finora minoritaria, in un’Italia dominata da tante chiese – ultima delle quali quella del populismo e dei personalismi, con nuovi idoli da portare in processione. Ma so che il pensiero liberale, repubblicano, radicale è anche azione, e può essere il sale della politica, contaminando con le sue idee, con la caparbietà di chi è abituato a mettersi nella scomoda posizione delle minoranze, altre sponde politiche. So che il laico è per definizione un animale di frontiera, pronto all’ascolto degli altri e che non si accontenta della pur nobile testimonianza. Da liberale non demonizzo nessuno a priori e sono pronto a riconoscere tutto ciò che ci sia di buono in altri percorsi.

5. Per me il mio primo alleato sarà comunque l’altro liberale. Anche se potremo dividerci su molte politiche, lo troverò sempre laico ed europeista, e da destra a sinistra condivideremo sempre un alfabeto comune. Difendo sempre dunque la scelta di unire i liberaldemocratici italiani, paradossalmente inclini a dividersi più di qualsiasi altro, e quelli europei, e anche quelli africani, asiatici, americani – che poi è ciò che ho concretamente cercato di fare da deputato e anche da funzionario dell’ALDE. E se non sarà possibile, non avrò paura a lavorare con altri che condivideranno qualcosa del nostro progetto, convinto che i liberaldemocratici hanno valori veri, conoscono l’analisi critica, coltivano il dubbio, e solo così restano sorridenti e volitivi.
Ecco, le mie poche ma solide ragioni per andare avanti”.