Quarantasette anni di sanguinosa rivolta, dimenticata dalla stampa e dall’opinione pubblica, potrebbe trovare una conclusione in Mindanao, isola nel sud-est delle Filippine. Rappresentanti dell’esecutivo e della più grande realtà insurrezionalista del paese, il Fronte di Liberazione Islamico “Moro” (Milf, per l’acronimo inglese), hanno sottoposto al Presidente Rodrigo Duterte un disegno legislativo per il potenziamento dell’autonomia ottenuta nel 1996 e investimenti in questa regione travagliata dall’estremismo, che dal 2000 ha provocato 4 milioni di profughi interni, migliaia di vittime, e un ritardo storico nello sviluppo economico e sociale, a dispetto della ricchezza di risorse.
Lasciate cadere le richieste di emancipazione in cambio di un governo locale, il Bangsamoro sarà responsabile di mantenere la sicurezza in un mosaico di contingenti armati che comprendono minoranze musulmane, terroristi islamici, militanti comunisti, bande private o tribali, e squadroni paramilitari – almeno 75 in tutto il Mindanao, e reti di crimine organizzato. Per esempio, il Milf operativo dal 1977 nel centro del Mindanao, si sovrappone al Fronte di Liberazione Nazionale, sorto nel 1969 nell’ovest, firmatario di un accordo nel 1996, e famigerato per il brutale assedio di Zamboanga nel 2013. Nel 2009, una masnada guidata da Andalo Ampatuan Jr. ha massacrato 57 simpatizzanti dell’avversario politico del padre. E ancora i clan del Mindanao centrale e occidentale suscitano incidenti quotidiani intorno a dispute legate a confini, abigeato, posizioni politiche, e qualsivoglia lamentela.
Ordine e rispetto della legge sono impegni elettorali assunti da Duterte, originario del Mindanao, il quale ha assicurato il suo appoggio in parlamento, in favore dei diritti della minoranza musulmana e le sue aspirazioni di auto-determinazione (maggioranza in alcune zone del Mindanao, i musulmani sono altrimenti minoritari in uno stato a prevalenza cattolica), sempre e quando ci sia continuità con i principi della Costituzione del 1987, non si minacci l’integrità territoriale delle Filippine, e la giustizia venga amministrata nell’ambito della legislazione nazionale – non è un dettaglio da poco il fatto che nel 1981 il Milf abbia aderito alla Sharia.
La pace avrebbe potuto concretarsi dal 2014. In quell’anno venne siglata un’intesa con Benigno Aquino III, ma il provvedimento attuativo rimase bloccato in parlamento nel 2015, a seguito dell’indignazione popolare per l’eccidio di 44 uomini delle forze regolari per mano del Milf, durante la cattura del terrorista Zulkifli bin His, riparato dalla Malesia a Mamasapano. Si sono susseguiti numerosi tentativi di ricomposizione traditi dalla cattiva fede di entrambe le fazioni. Un consenso preliminare era stato raggiunto nel 1976; nel 2000 il presidente Joseph Estrada dichiarò guerra a oltranza al Milf, stanandolo dal suo quartier generale “Abu Bazar”; e nel 2002 si dette inizio alla task force anti-terrorismo con gli Stati Uniti. La corte suprema delle Filippine dichiarò incostituzionale una proposta di conciliazione con il Milf nel 2008, scatenando violenza, morti, e un milione di sfollati; le consultazioni vennero interrotte e riprese nel 2011.
Come gesto di buona volontà, verso la metà dell’anno, centinaia di bambini sono stati rilasciati dai ranghi del Milf. Circa 2.000 minori dovrebbero essere demobilizzati su 11.000 unità e reintegrati alla vita civile mediante un programma delle Nazioni Unite iniziato nel 2009. Il numero dei bambini soldato in Mindanao rimane ignoto, essendo una pratica che si è estesa per decadi. Come in Sud Sudan e in Sierra Leone hanno occupato la prima linea, oltre ad aver disimpegnato compiti di staffetta e altro genere di supporto. Nati nel corso del conflitto, sono impiegati in un ruolo alimentato dal tessuto culturale e dalla complicità e l’assenso di collettività e famiglie. Per questa ragione, si sono ottenuti i primi risultati solo dopo molteplici e delicate campagne di sensibilizzazione.
Per il comandante Al Haj Murad Ebrahim, è stata la frustrazione per il fallimento del 2014 a produrre formazioni che riempiono anche il vuoto lasciato dall’incapacità del Milf nel dare risposta alle necessità della gente. Marawi, a 800 chilometri da Manila, è accerchiata da due mesi dai raggruppamenti Abu Sayyaf e Maute che hanno stretto alleanza con lo Stato Islamico dell’Iraq e del Levante (Isil, per l’acronimo inglese). Rodrigo Duterte ha dichiarato la legge marziale in Mindanao, la crisi più grave dall’inizio del suo mandato nel giugno dell’anno passato.
In un momento in cui l’attenzione dei media è sulla liberazione di Mosul in Iraq e Raqqa in Siria dagli artigli dell’Isil (leggi anche Siria. La pantomima della linea rossa), la Cina e, per la prima volta, l’India hanno inviato alle Filippine aiuti finanziari per sedare un altro focolaio ed espugnare una città dove centinaia di persone sono tenute in ostaggio. Maute riceve armi e mercenari dalla Malesia e dall’Indonesia; mentre Abu Sayyaf, creato nel 1991 da fuoriusciti del Milf, con il sovvenzionamento di al-Qaida, segue la dottrina wahabita ed è patrocinato dall’Arabia Saudita. Attivo nell’isola di Jolo e nelle Batan, rispettivamente nel sud e il sud-ovest delle Filippine, si caratterizza per i sequestri a scopo di lucro. Nel 2001, 20 stranieri rapiti; 21 nel 2015, e due americani uccisi. Le ultime comunicazioni alla stampa del generale Eduardo Ano danno Maute e Abu Sayyaf ridotti a un chilometro quadrato e Marawi dovrebbe essere affrancata in meno di quindici giorni. Il panorama è ciò nondimeno allarmante.
Dal 2012, nel Mindanao centrale, sono presenti i Combattenti Islamici per la Libertà “Bangsamoro” (BIFF, per l’acronimo inglese). Si sono scissi dal Milf in rifiuto delle trattative con il governo e reclamano uno stato proprio. Dediti al ricatto e all’estorsione persino per l’esecuzione di migliorie nelle loro stesse comunità, fanno uso della bandiera nera dell’Isil e hanno postato video che echeggiano alla sua retorica. Per permettere che gli interventi avessero luogo, sono state dislocate truppe, bersaglio di offensive che hanno causato la fuga di migliaia di individui in vari municipi; 30.000 solo a Datu Salibo nel 2016, dove si sta cercando di deviare un fiume, la cui piena distrugge i raccolti. Nel frattempo, l’Isil ha incoraggiato i suoi alleati ideologici in Mindanao. Il quotidiano al-Naba ha diffuso i successi militari del Biff. Un clerico musulmano è stato ferito con arma da fuoco a Zamboanga, al termine di un sermone, dopo che la rivista Daqib aveva incitato al suo omicidio.
Non è stato possibile porre nessuno in stato di fermo. Ci sono località dove il 95 per cento degli abitanti integra il Biff; in panni civili di giorno, e uniforme di notte. La facilità con la quale si passa da una dimensione all’altra è solo uno degli indicatori virtuali di una rapida escalation fondamentalista, tenendo in conto le intenzioni dell’Isil di espandersi nel sud-est asiatico. L’esercito è cosciente dell’importanza di risolvere quella che è una questione domestica prima che si scatenino dinamiche internazionali e sta provando a fare un cambio di approccio a 360 gradi. Il mediatore principale e il portavoce sono due donne, il colonnello Miriam Ferrer e il capitano Joann Petinglay. Le parole d’ordine, fiducia, sviluppo e sicurezza. I danni collaterali di molte manovre, la mancanza di assistenza e la limitazione di opportunità, hanno un potenziale di radicalizzazione della gioventù. E non a caso le uniche tracce di sostegno al processo di pacificazione sono progetti di infrastruttura sociale per i giovani dell’agenzia giapponese per la cooperazione.
Il conflitto nelle Filippine è tuttavia più composito. Un attore rimarchevole è l’Esercito del Popolo Nuovo (Npa, per l’acronimo inglese), braccio armato comunista. Dopo l’esito positivo di un seppur fragile cessate il fuoco, e duri scambi a Oslo e Roma, è stato abbandonato il tavolo negoziale, e si sta vivendo una fase di recrudescenza. Nella battaglia mediatica, l’esercito è ritratto come un cane da caccia che lascia dietro di sé una lunga scia di sangue, e il Npa come una masnada di rapinatori e assassini. Se è vero che il primo è stato, e continua ad essere, il principale perpetratore di violazioni dei diritti umani, è altrettanto certo che la ribellione del secondo, sebbene il proposito iniziale fosse quello di risolvere i mali della società, è diventata parte del problema.
Le Filippine sono note per avere alti tassi di disuguaglianza, povertà, e concentrazione della terra, senza che nessun governo abbia mai promosso genuine riforme agrarie o di giustizia sociale. Nei settori rurali l’oppressione del latifondismo ha alimentato un ecosistema ispirato al marxismo, e imperniato sul principio di redistribuzione della ricchezza. Il Npa venne istituito nel 1969. Ha contato con il supporto della Cina negli anni ’70 e della Corea del Nord e della Libia negli anni ‘80 e ’90, toccando il picco di 26.000 elementi sotto la dittatura di Ferdinando Marcos. Si trova nel centro e nell’est del Mindanao e la sua attività si contraddistingue per attacchi a compagnie multinazionali. La sua presenza sul terreno – una volta estesa su tutto l’arcipelago, si è gradualmente ridotta, così come la sua struttura con le 3.000 unità odierne. Nonostante la caduta del comunismo sulle montagne del Mindanao ci si continua a battere.
Rodrigo Duterte, si è speso come sindaco della sua città natale per avvicinare amministrazione e belligeranti comunisti, portando la pace a Davao; e rompendo la tradizione dei presidenti filippini, duri repressori della sinistra, ha offerto tre ministeri e una commissione – lavoro, protezione sociale, riforma agraria e riduzione della povertà, a figure associate al movimento comunista. Duterte si auto-definisce “socialista”, ed è stato studente di José Maria Sison, ideologo del Partito Comunista delle Filippine, in esilio nei Paesi Bassi, con il quale ha mantenuto relazioni di amicizia. Per questo è considerato come la migliore speranza di chiudere il capitolo della più longeva resistenza marxista in Asia. L’apprezzamento di Sison per gli sforzi versati, malgrado lo stallo attuale, è sintomatico di buone prospettive. È infatti probabile che la linea dura con il Npa sia un avvertimento affinché non faccia ricorso a mosse tattiche di corto respiro.
Il Mindanao ha un’enorme diversità umana. Le popolazioni autoctone – i Lumadi, hanno visto erodere le proprie terre ancestrali da migrazioni e aggressioni agrarie e minerarie, nei periodi coloniali spagnolo e americano, e posteriori. Dal XIII secolo gruppi di religione musulmana costituirono sultanati su questi territori e, quando le Filippine diventarono indipendenti, dopo la seconda guerra mondiale, prima arrivarono masse di coloni, e poi gli indigeni finirono per rimanere intrappolati nei due conflitti per la secessione islamica e per la lotta di classe contadina, alla quale peraltro hanno significatamene aderito. Dal 2015, circa 2.000 Lumadi rimangono rifugiati nello stadio di Tandag e 700 nel campo provvisorio di Harlan – su un totale di 148.000 quell’anno.
Nelle installazioni è stato appiccato un incendio a febbraio da autori rimasti impuni, come avviene per molti crimini commessi contro di loro, guardati con sospetto e vessati da raid e occupazioni di villaggi, incluse le scuole, detenzioni arbitrarie e delitti. A detta di fonti militari, tre quarti degli affiliati del Npa arresi nell’est del Mindanao sarebbero Lumadi, dove il 90 per cento degli accampamenti è in aree indigene. Del resto, se il Npa combatte per l’equità, i Lumadi sono passati attraverso generazioni di marginalizzazione, discriminazione e abuso. La situazione però è complicata dall’esistenza di forze di difesa tribale, come la divisione Magahat Baghani, concepita con l’ausilio governativo per contrastare il Npa e, per Human Rights Watch, associata a esecuzioni extragiudiziali. Nel 2015, i Lumadi hanno accusato Magahat e Alamara di aver soppresso tre leader tribali.
Abu Sayyaf e Npa sono sulla lista delle sigle terroriste degli Stati Uniti. I capi di Abu Sayyaf, Isnilion Hamilton e Radullan Shahiron, sono ricercati dagli Usa per cinque milioni e per un milione di dollari. Se la pace viene posticipata, ci saranno pericolose occasioni di reclutamento e coordinamento su tutti i fronti. Quanti si ispirano all’Isil si moltiplicano ogni giorno, con la terribile eventualità che un conflitto in un angolo remoto del Mindanao assuma dimensioni globali. Intanto sembrerebbe che almeno l’esercito e il Milf stiano cercando di evitare gli scontri in attesa degli eventi, grazie alla mossa del presidente che delega al futuro Bangsamoro il controllo degli schieramenti emergenti e argina le pretese separatiste con la realizzazione dell’autonomia. Il tempo dirà se i presupposti di questi colloqui siano abbastanza forti e duraturi, ma potrebbe esaurirsi in fretta.