Sandro Mandini, consigliere fondativo Liberi Cittadini: “Nella statistica i dati non rappresentano solo quantità, ma fotografano ed indicano situazioni, tendenze, possibilità, ecc..; così i numeri finiscono inevitabilmente per diventare opinioni.

Il fatto che nel nostro paese ci siano più tifosi che sportivi non agevola la lettura dei dati statistici: noi ci asteniamo dalla lettura tifosa degli ultimi dati Istat -che registrano la crescita degli occupati, sopra 23 milioni per la prima volta dal 2008- e lo assumiamo come dato positivo, d’altro canto registriamo la disoccupazione giovanile in salita al 35,5% come dato negativo.

Il Governo è contento, le opposizioni fanno critiche, tutto nella norma. Tra un po’ di tempo usciranno altri dati che registreranno variazioni del più o meno zero virgola e ripartirà la sceneggiata. Anche per questo, tutto nella norma.

Ma da questo mese inizieranno anche le discussioni sulla legge di stabilità che conterrà, o perlomeno dovrebbe contenere, anche le scelte strategiche per uscire dalla crisi: il costo del lavoro è tra i primi nodi da affrontare.

Triste il primato dei lavoratori italiani che si trovano ad operare nell’unico paese dell’Unione Europea in cui il costo del lavoro è in calo.

A renderlo noto sono gli ultimi dati pubblicati da Eurostat sul costo dell’ora lavorata relativi al 2016 e che evidenziano come dinanzi ad una crescita in Europa dell’1,4% annuo, in Italia si segnala un calo dello 0,8%, cosa che non si è registrata in nessun altro paese e questo è un fatto.

In Italia il costo del lavoro è leggermente inferiore al livello medio europeo, ossia a 27,8 euro contro i 29,8 dell’intera area monetaria, ed è tornato – come indica l’Eurostat – ai livelli del 2012, quando si trovava a 27,70 euro. Il costo del lavoro che prende a riferimento l’Eurostat è costituito da buste paghe e costi non salariali per l’azienda, quali i contributi sociali dei datori di lavoro.

Da più parti si sostiene che è ancora troppo alto e per diminuire la disoccupazione Confindustria avverte il Governo: servono “investimenti massivi per l’assunzione dei giovani”, perchè le misure in cantiere possano avere successo “occorrerà investire risorse sufficienti a garantire la piena decontribuzione fiscale per i primi tre anni”, dicono gli industriali. “Solo in presenza di scelte mirate sarà infatti possibile aprire le porte delle imprese a 900mila giovani nel triennio affrontando con coraggio e determinazione quello che possiamo considerare il principale problema del Paese”.

Questa è la stessa Confindustria che prima del referendum costituzionale prevedeva la catastrofe economica nel caso di vittoria del NO.

Tagliamola corta: in questi ultimi anni tra bonus, incentivi, detrazioni, super ammortamenti ed altro, le imprese hanno goduto di molte agevolazioni che hanno consentito non solo di riportare i bilanci in positivo ma anche di fare utili. Nonostante questo, rimaniamo il fanalino di coda della ripresa economica europea.

Allora, con buona pace di Confindustria, forse è giunta l’ora di superare la politica economica dei bonus e “una tantum”, per passare ad una politica che inserisca l’economia in una nuova visione del Sistema Paese, dove anche le imprese ritornino ad investire per cogliere le opportunità della ripresa economica, crescendo, diventando competitive e facendo occupazione senza ricercare le solite scuse o pretendere che lo stato, oltre alla decontribuzione, si faccia anche carico di pagare i salari.