Lo stupro come arma di distruzione è tanto antico quanto la guerra, anche se il Consiglio di Sicurezza lo ha ufficialmente riconosciuto in quanto tale solo nel 2008.  Viene impiegato, in maniera deliberata e strutturata, per umiliare, terrorizzare, controllare la popolazione, in operazioni di rimozione forzata di civili da zone strategiche, o ancora in campagne di pulizia etnica, senza dover incorrere nei rischi del combattimento.  A differenza di altre forme di violenza, spesso non è documentato, o rimane schiacciato dal peso della perdita di vite umane, e non trova posto nei libri di storia. Eppure è un mezzo abominevole che spezza le persone, distrugge famiglie e divide intere comunità, lasciando ferite aperte nella società ben oltre la durata dei conflitti. La tortura e la mutilazione sessualizzate, lo stupro pubblico o privato, e la riduzione in schiavitù sessuale, sono violazioni della legislazione internazionale in materia di diritti umani, proibite dalla Convenzione di Ginevra, e non possono essere trattate come un danno collaterale inevitabile, bensì prevenute, investigate e perseguite.

Il velo si è squarciato nel momento in cui le violenze sessuali perpetrate in Ruanda e nella ex-Jugoslavia sono state portate nelle aule dei tribunali internazionali, rispettivamente nel 1994 e nel 1998, grazie alla spinta di movimenti di donne che in tutto il mondo da anni si battevano per la loro classificazione come crimini di guerra, nonché contro l’umanità.  Gli abusi però non si sono fermati. La vessazione delle donne yazidi, da parte del sedicente stato islamico in Iraq e in Siria, e i rapimenti di studentesse, in Nigeria per mano di Boko Haram, sono gli esempi recenti più eclatanti. Queste espressioni del fondamentalismo islamico hanno codificato un sistema di schiavitù sessuale con un regolamento centrato su presunti principi coranici e prezzi stabiliti in base all’età.  Considerato che nella contemporaneità si è osservato un maggior coinvolgimento di milizie locali, e lo spostamento della linea del fronte nei centri abitati, il rischio di una rapida progressione è evidente. La rappresentante speciale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei conflitti, Zainab Bangura, ha dichiarato che lo stupro di guerra è un riflesso dello stato di subordinazione delle donne nella società e che vi si può mettere fine se l’iniquità fra i generi sarà rovesciata con determinazione.

Le vittime di stupri di massa sono donne di ogni età, di cui una percentuale altissima è costituita da bambine e adolescenti, ma i numeri portati alla luce sono sottostime di decine di migliaia di casi che restano nel silenzio, per l’incidenza di morti dirette e secondarie, e tabù sociali e religiosi.  Lo stigma è feroce. Le vittime vengono allontanate dai propri villaggi e dalle stesse famiglie, pur essendo prive di mezzi di sussistenza, e dovendo spesso vivere con conseguenze permanenti sulla salute fisica – fra cui contagi da HIV/AIDS, e complesse ripercussioni psicologiche. Le conseguenze, poi, sono generazionali.  I nati da gravidanze involontarie, in molti paesi in Africa e in Medio Oriente, senza il nome del padre sul certificato di nascita, sono privati dell’identificazione personale ed esclusi dall’assistenza medica e l’educazione, oltre a essere discriminati come “figli del nemico”. In particolare, le bambine e le ragazze, in mancanza di altre opportunità, sono esposte a matrimoni precoci, lavori pesanti o pericolosi, o prostituzione, recluse in un ciclo di povertà e soprusi.

Donne e bambine subiscono violenza anche quando dovrebbero trovare protezione, come nei campi profughi, o con l’arrivo delle forze di peace-keeping – una commissione d’inchiesta ha riconosciuto i caschi blu dell’Onu in Mozambico colpevoli di sfruttamento dei minori a fini sessuali; e sei delle dodici missioni di pace posteriormente investigate, sono state ritenute responsabili dell’aumento della prostituzione minorile.  Se obbligate a unirsi a gruppi guerriglieri come “mogli”, infermiere e cuciniere, nonostante la degradazione a cui sono state costrette, i programmi di smobilitazione, che prevedono compensazioni per la consegna delle armi, non gli riconoscono alcun tipo di riparazione. E tornate alle proprie comunità, se gli ex-combattenti sono considerati degli eroi, loro vengono trattate alla stregua di prostitute.  L’universo disperato dei soldati bambini ha guadagnato l’attenzione degli organismi internazionali, attraverso programmi di riabilitazione intesi ad arrestare il circolo vizioso innescato dai conflitti. Le bambine, invece, pur costituendo la parte più vulnerabile della guerra, usata come merce di scambio e soggetta a crimini atroci, non ricevono il medesimo sostegno e hanno poche speranze di tornare a qualcosa che possa sembrare un’esistenza normale.