Intervento di Niccolò Rinaldi su “Non mollare – quindicinale post azionista della Fondazione Critica Liberale” del 19 marzo 2018

Il 4 marzo la sinistra italiana si è finalmente guardata allo specchio e si è vista per quel che è: più piccola – con un consenso ai minimi; vecchia – con un elettorato in buona parte non giovane; sfigurata – irriconoscibile nei principi praticati e non più credibile.
Un ritratto già noto, ma la sinistra italiana per molto tempo ha fatto finta di niente, dividendosi tra due complessi d’inferiorità.
Il primo è verso il centrodestra, che in Italia esercita il potere con particolare spregiudicatezza. Si è cercato allora di rimediare adottandone lo stile e le frequentazioni, dai salotti buoni agli aerei presidenziali, le politiche, dalle minori tutele alle mance elettorali, e la comunicazione, all’insegna della vanità e delle mirabolanti promesse.
Il secondo complesso d’inferiorità è nei confronti del mondo che cambia e scuote le antiche certezze, un mondo globale, interdipendente, che ha bisogno di innovazione anche nella politica, nel quale si deve saper governare la complessità, le disuguaglianze crescenti e le relative paure. Anziché interloquire con questo mondo, si è preferito arroccarsi nelle politiche del no a priori, nella demonizzazione degli scambi internazionali o nella celebrazione di una società multiculturale bella per definizione.
In un caso si è scimmiottato l’originale, nell’altro ci si è trincerati dietro a formule ormai superate. Comunque sia, tra chi ambiva a una sinistra amica dei poteri forti e chi si chiudeva negli antichi recinti, è scoppiata inevitabilmente una resa dei conti fatta pagare all’intero paese. Che ha reagito a modo suo: lasciando questa sinistra in macerie.
Libera da questi complessi d’inferiorità, è rimasta salda nei suoi valori una componente minoritaria della sinistra italiana, spesso fraintesa o snobbata: la sinistra liberale, la sinistra democratica, i socialisti liberali.
Un mondo non marginale e variegato, che ha marcato interi periodi dell’Italia, che è quanto hanno precisamente fatto il pensiero e l’azione mazziniana, la Rivoluzione Liberale di Gobetti, Giustizia e Libertà che fu l’architrave dell’antifascismo sia nel pensiero che nella lotta partigiana, il Partito d’Azione, e poi La Malfa e il mondo di Pannunzio, e molto altro. Non poco, a ben vedere.

Questa è una sinistra abituata alla lotta fin dentro il perimetro delle sue radici culturali, e che non ha mai avuto complessi d’inferiorità. Non ha mai avuto bisogno di scoprire tardivamente le virtù del mercato e dell’europeismo, le responsabilità del governare una società industriale e la necessità di politiche redistributive e di coesione sociale; e non ha mai provincialmente avuto bisogno dell’approvazione di chi conta, anche perché di un certo mondo, industriale o intellettuale, è stata una delle parti migliori – da Olivetti a Einaudi, da Spadolini a Visentini.
Per questa sinistra laica Togliatti ebbe un atteggiamento sprezzante: “piccoli partiti, piccole idee”. E’ una storia di antica diffidenza, trascinata fino a oggi, financo nel tanto ecumenico Ulivo o negli ultimi tentativi di aggregazione.
Eppure, la sinistra che si guarda allo specchio scoprendosi suo malgrado per quel che è, potrà essere curata solo da una forte iniezione di sinistra liberale e democratica.
In altre parole, spetta proprio alla sinistra liberale e democratica, salvare la sinistra italiana.
Perché alle forze di sinistra non basta una pennellata di giovanilismo, uno slogan in più. La sinistra italiana si deve calare per intero nel dramma di un paese malato e bisognoso di una botta di provvedimenti liberali – a cominciare da quella che Gaetano Salvemini indicava come la più urgente delle riforme, la modernizzazione della pubblica amministrazione e la semplificazione, in un paese ingessato dalla sua mania regolatrice a cui proprio la sinistra di governo ha contribuito non poco rendendo odioso al cittadino l’intero apparato burocratico. E’ la cultura della sinistra liberale che può liberare le forze di progresso dalla paura di pronunciare ad alta voce parole come “disciplina di bilancio” o “voucher”, “meritocrazia” o “lavoratori autonomi”, “abolizione dell’assistenzialismo” e “riforma delle pensioni”, o di pensare a giustizia più snella e fisco più amico delle imprese, ad ambientalismo non ideologico e a Stati Uniti d’Europa, anche come parte di una questione meridionale sempre attuale.
Quanti treni persi per la sinistra italiana, riforme e metodi liberaldemocratici irrinunciabili per un governo europeo del XXI secolo ma per la sinistra indissolubilmente parte di una visione di coesione e di giustizia sociale. Che è quanto è mancato ai governi “riformisti“ di questi anni, come se non spettassero esattamente alla sinistra, e come se non fossero esattamente liberali, la lotta senza quartiere agli sprechi e ai privilegi, patrimoniale sulle grandi fortune e tassazione progressiva, scuola, università e sanità come servizi di accesso realmente universale e uno stile di far politica sobrio e senza ostentazioni.
La sinistra, in preda ai suoi non confessati complessi d’inferiorità, ha lasciato i suoi fiori migliori sparsi un po’ a tutti. Ad alcuni le forme di sostengo al reddito che pure esistono quasi ovunque in Europa, ad altri la battaglia per l’Europa, ad altri ancora il bisogno di legalità e di sicurezza percepito proprio dai ceti più disagiati in relazione all’immigrazione, rinunciando anche all’irrinunciabile bisogno di aggiornare l’assetto istituzionale. Temi propri di una politica liberal-democratica progressista, che paradossalmente dovrebbe farsi carico non più solo di rappresentare la propria cultura, ma di salvare la sinistra italiana persa nel suo salone dei passi smarriti. Chi rappresenta quel che è rimasto di quel mondo, farebbe bene ad averlo ben presente e a ricostruire proprio da questo confronto, anzi “conforto”. Altrimenti, di questo passo, finirà che non solo gli elettori, ma anche le politiche di una sinistra moderna saranno patrimonio di altri, più vivaci, movimenti.