Sta per suonare la campana del nuovo governo. Per i feroci critici dell’inedito esecutivo, non è altro che il drin drin della fine ricreazione e dell’”ora se ne vedranno delle belle”. Ma per una parte maggioritaria del paese dovrebbero essere i rintocchi del riscatto. Al punto in cui siamo arrivati, in un’Italia in costante declino – economico, finanziario, demografico, morale – con questo governo abbiamo di fronte a noi solo due alternative: “o la civiltà si compie, o la civiltà perisce”.

Certo, si parte con un peccato originale, quel vecchio tarlo dell’incoerenza. La lista delle roboanti dichiarazioni passate degli esponenti Cinquestelle contro la Lega sono la più ghiotta occasione per deriderli e screditarli. Alcuni esempi: «Salvini, Meloni, mangiate tranquilli. Il M5S non fa alleanze con quelli che da decenni sono complici della distruzione del Paese” (Beppe Grillo, 23 maggio 2017); «Non succederà mai, ma il giorno in cui il Movimento 5 Stelle dovesse allearsi con i partiti responsabili della distruzione dell’Italia, io lascerei il Movimento 5 Stelle» (Alessandro Di Battista, ad un vertice milanese convocato alla Casaleggio Associati, 17 novembre 2017); «Ciò che avrebbe cacciato davvero Salvini da Napoli sarebbe stata l’indifferenza, perché solo questo si merita» (Roberto Fico, 11 maggio 2017 ). Idem dalle parti di Salvini e il giochetto del tiro al piccione sarebbe facile facile.

Ma non ci accodiamo.

Il PD ha un bel criticare il deprecato contratto di governo, ma non ha nemmeno voluto provarci a costituire un governo coi Cinquestelle nell’”interesse del paese”. Anzi, il pasticcio attuale nel quale Salvini e Di Maio cercano di districarsi è la diretta conseguenza di una legge elettorale incomprensibile che si è ritorta contro coloro che l’avevano confezionata non per l’”interesse del paese”, ma pensando di mettere fuori gioco proprio Lega e Cinquestelle e permettere l’accordo dei “responsabili”. Una legge elettorale sul quale il governo Gentiloni ha messo fior di fiduce… Le prime, e più gravi responsabilità delle condizioni imposte loro malgrado a Salvini e Di Maio e del loro incoerente abbraccio, vanno cercate da quelle parti.

I due hanno preferito mettersi in discussione in un coalizione quantomeno improbabile. Anni fa in Gran Bretagna accade lo stesso ai pro-europeisti e progressisti Liberal-Democrats condannati dal risultato elettorale ad allearsi con i Conservatori. Ne venne fuori un governo altrettanto contraddittorio nelle premesse ma che non fu nemmeno tanto male. I liberal-democratici erano consapevoli del rischio che correvano, e alle elezioni successive ci rimisero le penne, tuttavia in loro prevalse non il calcolo di potere ma la responsabilità dell’onere del governo.
Cinquestelle e Lega avevano un’alternativa: tornare alle urne e vincere di più, e verosimilmente essere ancora più condannati a governare insieme dalla legge elettorale voluta dal centro-sinistra. Sai che affare per l’Italia, e per lo spread, e per chi ora spara a zero sulla loro curiosa coalizione e che invece farebbe bene a ringraziarli di avergli risparmiato un altro passaggio elettorale.
Così si sono arrischiati nell’operazione che passo passo prende forma con apparenze bizzarre, che pare fare tutto per attirare sarcasmi: un esecutivo che si insiste nel definire politico e che politico è perché sostenuto da una maggioranza di due partiti, ma con un presidente del consiglio tecnico e non esattamente una celebrità né un personaggio carismatico – un “signor normale” al netto delle tante voci che lo riguardano da approfondire; una lista dei ministri ancora vaga; un contratto di governo meticoloso nella sua preparazione che traduce tante promesse elettorali ma che comunque si voglia rigirare ha un vero problema di coperture e di valori condivisi da una comune visione. E via dicendo – e ne leggiamo di commenti sarcastici dalle nostre parti.

Tuttavia riteniamo che dobbiamo provare a valutare le cose anche in un altro modo.
In un’epoca di contrapposizioni egoistiche, M5S e Lega hanno ragionato da forze responsabili più di altri e non si sono tirati indietro, accettandosi reciprocamente.
Ci stanno mettendo moltissimo tempo, ma devono scontare l’inesperienza in questo tipo di operazioni di palazzo e dell’incontro così forzato e inaspettato.
In un agone politico dominato da narcisismi, Di Maio e Salvini hanno lasciato il passo a una persona terza, l’ennesimo avvocato e l’ennesimo professore, ma che almeno si presenta senza particolare prosopopea. Sarà l’ostaggio, il mero strumento dei due patron della colazione? Possibile, ma resta da vedere.
Etichettati come giovanotti che cadranno al primo errore, i due artefici del governo hanno fin qui dimostrato doti politiche vere: Salvini ha trasformato un partito regionalista in decadenza in un movimento nazionale ed ha messo all’angolo Berlusconi, cosa in cui nessuno nel centro-destra e tantomeno nel centro-sinistra era mai riuscito; quanto a Di Maio, i voti li ha presi e arriva al governo con una dose di inaspettato pragmatismo.
Derisi come dilettanti allo sbaraglio, la Lega e i Cinquestelle qualcosa di come si governa lo sanno, visto che gli uni amministrano regioni mica da poco come quasi tutto il nord Italia, e gli altri città come Torino, Roma, Livorno (e quantomeno non peggio di chi c’era prima).
Da più parti si dipinge il nuovo governo come la somma dei lati peggiori dei due cosiddetti populismi. Chissà, forse invece la coalizione tempererà i rispettivi aspetti negativi, tirando fuori soprattutto le cose migliori.
Si sente parlare di Paolo Savona all’Economia. Si può concordare o meno con le posizioni dell’ex ministro di Ciampi, ma la sua critica all’unione monetaria come creatura zoppa e incompleta in assenza dell’Europa politica non è il delirio di uno scriteriato. Già il fatto che si sia pensato a Savona, che ricordiamo essere di formazione repubblicana, dimostra un’apertura culturale non settaria.
Il fatidico contratto e i suoi contorni promettono mille cose, alcune condivisibili, altre per niente. Ma è un tentativo trasparente di mettersi d’accordo sulle priorità percepite dal paese partendo dagli impegni elettorali. Fosse stato per noi, avremmo voluto molto più coraggio, a cominciare da una riforma istituzionale che semplifichi radicalmente l’assetto del paese – dove la riduzione di ben più che un terzo del numero dei parlamentari (che restano sempre troppi al cospetto del resto d’Europa) dovrebbe essere solo un assaggio.
Tanti punti, altroché, lasciano perplessi, ma invitiamo alla cautela nei giudizi drastici.
Si prenda, ad esempio, il controverso tema dell’introduzione del vincolo di mandato: per un liberaldemocratico si tratta ovviamente di un’aberrazione. Ma lo diventa molto meno in un paese dove i cambiamenti di casacca (la vergogna di 502 nell’ultima legislatura) hanno rappresentato la regola strutturale dell’irresponsabilità sia individuale degli eletti (che a tutti hanno risposto fuorché ai loro elettori) che dei partiti. Si pensi all’idea di nazionalizzare Alitalia, almeno da quanto si capisce. Idea balzana, ma non più dell’aver fatto saltare vendite ormai in porto e dell’averla tenuta in vita a forza di soldi pubblici lasciandola tuttavia in mani private.
Potemmo proseguire nel catalogo delle traballanti buone intenzioni del nuovo esecutivo, soffermandoci su reddito di cittadinanza, flat tax, quota 100 e altro. Soldi a gogò, e ci limitiamo alla madre di tutti problemi: l’aleatorietà delle coperture. Apparteniamo alla scuola di coloro che ritengono che il debito debba imperativamente diminuire, per, né più né meno, la salvezza del paese. Ma sorridiamo a vedere che chi ha in questi anni professato rigore a parole ma aumentato il debito nei fatti, oggi si faccia paladino del rigore verso chi almeno ha l’onestà di dire a voce alta quanto altri hanno taciuto ma provato, senza riuscirci, a praticare nei fatti, ovvero che il debito diminuirà aumentando il deficit e così rilanciando consumi ed economia. Chiunque sappia fare due calcoli sa che le cose non possono funzionare così, e almeno su questo consigliamo al nuovo governo di adoperarsi a fondo per ristrutturare la spesa pubblica, eliminando le vaste sacche di sprechi, i mille privilegi, l’iper-burocrazia che da sola comporta aggravi finanziari a imprese e famiglie, il cattivo uso o addirittura il non uso dei fondi europei, i rivoli infiniti di contributi per nulla, alcune costose e non indispensabili infrastrutture. Si scelgano poche priorità programmatiche su cui investire, come la riduzione fiscale per chi lavora, gli investimenti nella ricerca e nell’educazione (ovunque primo volano per uscire dalla crisi), la tutela del nostro dissestato territorio, e la sicurezza e la coesione sociale dei cittadini, a cominciare dalle famiglie. E per farlo veramente, si metta la mano tagliando gli sprechi della spesa, “senza pietà”. In questo modo, ci potranno essere anche risorse anche per alcune delle promesse del contratto senza aumentare il deficit – e il debito.

Il nascituro governo ha rassicurato l’Europa che l’Italia sta lì, dentro l’Europa. L’Europa ha “rassicurato” l’Italia che restiamo sotto controllo e abbiamo debiti a palate, in buona parte tenuti a bada proprio da questa Europa nella quale i due partiti di governo hanno per ora quasi zero sponde politiche (e consiglio di costruirsele, perché servirà avere interlocutori comprensivi, servirà come l’aria).
Del resto il rapporto con l’Europa sarà il banco di prova di questo governo, come di quelli precedenti, anche perché, dato il panorama italiano, la vera opposizione starà più a Bruxelles che a Roma.
Ma se si faranno le cose seriamente, anche nel modo nel quale ci si pone, nello stile, alcune idee che oggi sembrano stravaganze potranno essere affrontate in modo costruttivo anche a Bruxelles.

Poi, altroché, si può rovinare tutto molto rapidamente, con ogni genere di scempio – razzismo, fascismo, cialtroneria, demagogia della peggiore specie, o non saper fare due più due. Rovinare come già tanto altro è stato rovinato. “Rovinare meglio”, magari. Ma oggi ci sentiamo solo di incoraggiare il nuovo governo.

Le novità, felici o infauste, che esso presenta dovranno comportare, a parti rovesciate, qualche analoga novità anche per chi non sarà a Palazzo Chigi: le forze di opposizione e le istituzioni europee.
Sia le prime che le seconde troveranno in questo governo la conseguenze dei propri errori: perché gli italiani hanno scelto M5S e Lega non perché siano fascisti o lavativi, ma perché si sono sentiti traditi da chi prima di loro aveva fatto altre promesse e firmato, qualcuno addirittura nei salotti televisivi come se si fosse in una farsa, altri contratti. E perché gli italiani, come molti altri, non sono antieuropeisti, ma sono esasperati da un consesso europeo dove molti europeisti a parole sono stati, e continuano a esserlo, i primi ad affossare nei rapporti di forza inter-governativi e nelle loro vanità la visione e lo slancio del progetto federalista.
Detto in altre parole: cambia il governo, e con le nuove campane se si vuole restare al passo con i tempi sarà bene che cambi anche il modo di fare opposizione, e di fare Europa.