Il ritiro americano dall’accordo multilaterale con la Repubblica Islamica dell’Iran sulla non-proliferazione di armi di distruzione di massa è arrivato forte e chiaro, scoperchiando una serie di interrogativi.  Nell’ultima decade, sia da parte degli Stati Uniti sia dell’Europa, la questione nucleare si è sostituita a una strategia di più ampio respiro che affrontasse l’estensione dell’area di prevalenza geopolitica del paese, motivo di massima preoccupazione delle egemonie regionali.  La fragilità dello scenario attuale supera il mantenimento del patto, perorato dall’Unione Europea, o la sua rinegoziazione, all’inizio invocata dagli americani, e richiede bensì l’urgente disegno di relazioni articolate e stabili.  Del resto, se è vero che l’Iran ne ha rispettato i termini specifici, molte voci critiche si sono levate in merito alla sua efficacia deterrente negli anni futuri.

La sfida per gli Stati Uniti, da Bush a Trump passando per Obama, è trovare una quadra fra l’intenzione di contrastare la crescente aggressività dell’Iran, per gli interessi americani e dei loro alleati, e la riluttanza a incrementare un coinvolgimento in Medio Oriente.  Tuttavia, si continua a procedere a braccio.  E sebbene la reintroduzione delle sanzioni sia lontana da passi più sostanziali, al pari di un’offensiva militare sostenuta, che da tempo avrebbe potuto aversi in Siria, a Washington si dovrebbe dare una riflessione profonda sull’operato in Medio Oriente, come nodale per i legami complessivi con l’Asia e l’Europa, e fare spazio all’istituzione, o al rafforzamento, di organizzazioni locali per la sicurezza, piuttosto che agli ultimatum. L’impatto immediato dell’abbandono spinge l’Iran nel campo dei grandi rivali degli Stati Uniti: Cina e Russia; e inasprisce i rapporti con l’Europa, il cui import dall’Iran, dal 2015 al 2017, sono aumentate di circa l’800 per cento, e l’export, nello stesso periodo, hanno toccato i quattro miliardi di euro.

Il ripristino delle sanzioni potrebbe rivelarsi più complicato del previsto.  Lo scopo è quello di isolare l’Iran dal sistema finanziario e dal commercio globali, ma per permettere ai cittadini della Repubblica Islamica di comunicare all’esterno ed esigere trasparenza e responsabilità al proprio governo, bisognerà evitare di incidere sul reparto della tecnologia e dei servizi delle telecomunicazioni.  Trump non ha nemmeno dalla sua lo stesso spirito di collaborazione che dal 2006 al 2015 ottennero le amministrazioni Bush e Obama attraverso una sofisticata campagna diretta a stati e società straniere.  Inoltre, dall’affrancamento dalle sanzioni nel 2016, le esportazioni di crudo dell’Iran hanno ripreso quota, raggiungendo due milioni di barili al giorno, di cui Cina e India sono i principali acquirenti.  Gli Stati Uniti dovranno anche, inverosimilmente, convincere la Russia a interrompere i piani di investimento di miliardi di dollari nel settore del gas e del petrolio, e la Turchia a non tornare a permettere l’aggiro delle sanzioni e il contrabbando, già facilitati dal 2012 al 2014.

La Corea del Nord ha provocato la comunità internazionale nel 2017, conducendo sei test di armi nucleari e lanciando ventitré missili, alcuni in grado di colpire obiettivi continentali americani, come la città di Los Angeles.  Trump e Jong-un hanno offerto ampia mostra di bellicosità retorica, su un canovaccio dai toni non ortodossi, in realtà ben architettato sulla trama della pazienza strategica.  Gli Stati Uniti hanno concesso riconoscimento all’influenza della Corea del Nord e al suo status di potenza nucleare, pur mostrando i muscoli nelle esercitazioni militari congiunte con la Corea del Sud e il Giappone, e fra un paio di settimane i capi di stato si incontreranno a Singapore, per la prima volta dalla divisione della Corea al 38° parallelo.  Trump porta a casa un risultato la cui possibilità era stata solo intuita dalla diplomazia tradizionale di Obama senza riuscire a incassarla.

Jong-un può barattare l’arsenale fra le trenta e le sessanta testate – secondo le informative dell’intelligence americana, con garanzie di sicurezza regionale, il sollevamento delle sanzioni, contropartite economiche e il progetto a lungo termine della riunificazione delle due Coree.  Le tensioni militari, è noto, rallentano lo sviluppo.  Il parco industriale di Kaesong – amministrato da un comitato sud-coreano, in territorio del nord, dove fino alla chiusura nel 2016, 124 imprese hanno creato 700 mila posti di lavoro, deve tornare a prosperare e compiere le proiezioni di arrivare a generare 500 milioni di dollari in stipendi e quasi 2 miliardi in tasse, corrisposti ogni anno al governo nord-coreano da compagnie del sud.  Nel 2017, un comitato di inchiesta, incaricato di verificare le condizioni che ne hanno determinato il blocco dei sud-coreani, con perdite complessive per il settore privato di 944 milioni di dollari, ha concluso di non avere trovato prove dell’uso dei ricavi per finanziare il programma nucleare.

La denuclearizzazione dell’intera penisola, e la riduzione delle divisioni americane presenti a Seul, a cui sembrerebbe puntare una Corea del Sud sempre meno filo-americana, sarebbe poi eventuale indizio di un ripensamento radicale della presenza strategica degli Stati Uniti in Asia; circostanza che inciderebbe in maniera positiva sulle relazioni con Cina e Russia. Dal canto suo, il mercato americano guadagnerebbe un diritto di passaggio libero e incontrollato verso il sud-est asiatico e gli stretti di Malacca.  Sulla roadmap persistono difformità: Washington propende per una rapida e completa denuclearizzazione prima di ogni compensazione, mentre Pyongyang spinge per un disarmo in sincronia con concessioni economiche.  La demolizione in diretta televisiva del centro di Punggye-ri, e il rilascio di tre prigionieri americani, nelle attese di Jong-un avrebbero dovuto essere seguiti da gesti di portata equivalente.  Da qui il nervosismo e i coup de théâtre di recente rimbalzati dai media.

Per l’opinione pubblica, l’annientamento nucleare rimane la somma di tutte le paure.  Nel rapporto del Council of Councils, rete che include ventinove prominenti think tanks, raccoglie il pessimismo maggiore sulla cooperazione fra gli stati e la possibilità di passi in avanti.  E per questa sua presa psicologica, il tema è spesso utilizzato come merce di scambio per agevolare profitti o come “civetta” per occultare altre intenzioni.  Il pericolo, dalla prospettiva degli Stati Uniti, sono i limiti posti alle rotte commerciali e al proprio potere economico mondiale.  Il calcolo del costo-beneficio dell’adempimento e il non-adempimento degli accordi internazionali, nonostante alcuni dati di fatto, diverge quindi in modo lapalissiano per l’Iran e la Corea del Nord.  La differenza fra la presunta minaccia rappresentata da Teheran e Pyongyang, così come la narrativa degli attori coinvolti, stanno tutti nella cifra geopolitica e mercantile.