Katharine Tynan – scrittrice attiva nei circoli letterari dublinesi della seconda metà del diciannovesimo
secolo e amica di Yeats, diceva che il grande problema della questione irlandese era il fatto che fosse
sempre stata in realtà una questione inglese. Niente di più accertato nel confuso mondo della Brexit.
E’ altrettanto vero che le dispute geopolitiche irrisolte spesso riaffiorano e talvolta con esse si riaffacciano
gli spettri della lotta armata. Un gruppo che si definisce Nuova Ira (Irish revolutionary army) ha rivendicato
i recenti attacchi terroristici nell’Irlanda del Nord, quando il capitolo della sollevazione nazionalista, la cui
causa era l’unificazione dei due territori in cui era stata ripartita l’Irlanda nel 1921, si era dato per chiuso nel
1998 con gli accordi di pace denominati del Venerdì Santo.
Del resto, il loro contenuto – sul quale si fondano sia il principio della condivisione del potere fra unionisti,
fedeli al Regno Unito, e la minoranza nazionalista, sia il trattato costituzionale fra il Regno Unito e la
Repubblica d’Irlanda, rispetto alla libertà dell’Irlanda del Nord di scegliere il proprio futuro in autonomia, è
oltremodo ambiguo, proprio perché avvalla come legittime aspirazioni che sono contrastanti e deferisce in
modo indefinito lo scioglimento della questione. Gli accordi sanciscono che l’Irlanda del Nord è parte del
Regno Unito, a meno che non si arrivi a decidere altrimenti attraverso il voto. La popolazione ha la facoltà
di identificarsi con la Repubblica dell’Irlanda o il Regno Unito e ha diritto alla cittadinanza di entrambi i
paesi.
Ognuno ha scommesso al buio. Gli unionisti hanno puntato sul tempo e la consuetudine che avrebbero
giocato a favore di una assimilazione dei nazionalisti al Regno Unito, anche se fossero passati a essere
maggioranza numerica. I nazionalisti hanno, invece, puntato sulla progressiva distensione fra i due stati, e
l’accrescimento di legami e interessi economici, che avrebbero giocato a favore di un’eventuale
unificazione con la Repubblica d’Irlanda. In quella congiuntura, nessuno dei due governi intendeva imporsi;
il sentimento comune era quello di voler porre fine al sanguinoso conflitto. La Brexit espone il fianco
debole degli accordi di pace, e le circostanze in cui avverrà la separazione dall’Unione Europea,
determineranno le sorti di tale azzardo.
A tutto ciò si somma una profonda crisi politica dell’Irlanda del Nord. La piattaforma moderata, che aveva
patteggiato gli accordi, e la coalizione pragmatica che ne era conseguita, hanno lasciato il passo a partiti
intransigenti. Inoltre, scandali finanziari e svariate controversie, hanno visto le due fazioni ritirarsi, a fasi
alterne, dalla modalità di governo congiunto, sulla base di una sostantiva mancanza di fiducia reciproca.
L’esecutivo di Londra ha bisogno del supporto degli unionisti nel parlamento e quest’ultimi sembrano
preferire un contesto di incertezza, nella quale poter plasmare la visione inglese nell’Irlanda del Nord,
piuttosto che uno di stabilità, dove dovrebbero propiziare un continuo dialogo con i nazionalisti.
I politici inglesi pro Brexit mettono in dubbio la validità degli accordi del Venerdì Santo, anacronistici
secondo la loro lettura, e riconosciuti come lo scoglio che può rendere l’uscita dall’Ue ardua, o persino
costringere all’inaccettabile compromesso di rimanere nell’unione doganale. Ora che hanno avuto inizio
negoziazioni dettagliate in merito, l’ipocrisia delle conclusioni di massima raggiunte l’anno passato dovrà
essere fugata. Il Regno Unito non potrà lasciare la questione da un lato, cercando di ottenere prima il
massimo su altri aspetti delicati. L’Unione Europea è stata esplicita: una risoluzione sul confine irlandese va
presa con assoluta priorità. 


I possibili scenari sono però tutti complessi. Se l’Irlanda del Nord permane nell’unione doganale e il Regno
Unito ne fuoriesce, l’economia nordirlandese si isolerà da quella britannica e si intensificherà con quella
della Repubblica, facilitando la scommessa nazionalista. In questo caso, dovrebbero essere offerte delle
concessioni agli unionisti per rassicurarli della forza del nodo con il Regno Unito, sulle quali potrebbero non

essere d’accordo i nazionalisti, così esacerbando una situazione già tesa. Se si erige un confine fra i due
stati, contravvenendo agli accordi del Venerdì Santo, prevarrà la scommessa unionista, con il rischio di una
ripresa delle ostilità politiche e sociali che, a partire dagli ultimi eventi di cronaca, non è affatto da
escludere. Se, invece, il Regno Unito non abbandona l’unione doganale e magari pure il mercato unico, non
si intaccherà forse lo status quo della guerra di posizione fra nazionalisti e unionisti nell’Irlanda del Nord,
ma si accenderà la reazione di quanti hanno vinto il referendum, generando instabilità nel Regno Unito. Ed
ecco qui che i troubles, da un’espressione in uso dagli anni venti per riferirsi all’indipendenza dell’Irlanda,
paiono essere squisitamente inglesi.