Ci vuole una certa anche se discutibile abilità, e sicuramente una buona dose di sfrontatezza, per vendere un fallimento come un successo.  Dagli esiti del voto amministrativo all’avventura dell’Italia al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, siamo avvezzi alla manipolazione ciarlatana della verità, ma di sicuro non disattenti.  L’elezione annuale di cinque dei dieci membri non permanenti che ha visto coinvolta l’Italia fornisce alcuni spunti di riflessione sull’immagine del nostro paese negli scenari internazionali così come determinata dall’attuale leadership politica.

Il Consiglio di Sicurezza è l’organismo più potente dell’Onu.  Composto da quindici membri, di cui cinque permanenti e con diritto di veto – Stati Uniti, Russia, Cina, Regno Unito e Francia, ha la facoltà di imporre sanzioni, ratificare accordi di pace e autorizzare l’uso della forza militare.  Gestisce 16 missioni nel mondo con un budget di 8 miliardi di dollari.  I posti per i membri non permanenti sono distribuiti per regione: tre per l’Africa, due per l’America Latina e i Caraibi, due per l’Asia e il Pacifico, due per l’Europa Occidentale, uno per l’Europa Orientale.  Accedervi è una circostanza di rilievo in quanto permette di esercitare influenza politica sulla pace e la sicurezza a livello mondiale.  I paesi eletti per il prossimo biennio potranno partecipare alla risoluzione di conflitti che vanno dalla Siria al Sudan del Sud e la definizione di azioni per il mantenimento della stabilità dalla Corea del Nord al sedicente Stato Islamico.

La cronaca.  Quest’anno Etiopia e Bolivia sono state designate con una vasta maggioranza per i seggi riservati all’Africa e all’America Latina; anche Svezia e Kazakhstan hanno superato il turno per quanto travagliato.  La Svezia competeva per il gruppo dei paesi occidentali e ha ottenuto 134 voti alla prima votazione.  Nello stesso gruppo, dopo cinque chiamate al voto a scrutinio segreto, invece, Olanda e Italia non sono riuscite a superare il pareggio di 95 voti, dove ne erano richiesti 127 per l’elezione – due terzi dei 193 membri dell’Assemblea Generale.  In seguito a due aggiornamenti della seduta stabiliti dal presidente, Mogens Lykketoft, i ministri degli affari esteri dei due paesi hanno annunciato un patteggiamento secondo il quale la rappresentanza al Consiglio di Sicurezza sarà condivisa, con l’Italia in carica nel 2017 e l’Olanda nel 2018.  Gli altri cinque membri non permanenti sono: Egitto, Giappone, Senegal, Ucraina e Uruguay.

La narrazione mediatica.  Il ministro olandese, Bert Koenders, ha dichiarato alla stampa che il voto dell’Assemblea Generale era “un chiaro segnale dell’apprezzamento di entrambi i paesi”.  Paolo Gentiloni ha sottolineato che l’intenzione era quella di “dare un segnale di unità fra due paesi europei”, indirettamente riferendosi agli avvenimenti della Brexit.  Le televisioni italiane hanno mandato in onda interviste a diplomatici presso le Nazioni Unite dai quali l’epilogo è stato definito “un successo” e un risultato della “creatività italiana”.  Tutti soddisfatti insomma di non aver persuaso l’Assemblea Generale dei meriti e le potenzialità dell’Italia, quando il Kazakhstan siederà per due anni al Consiglio di Sicurezza con 138 voti dell’Assemblea non essendo per l’appunto quello che si qualificherebbe un campione dei diritti umani.

I fatti.  Dividersi un mandato al Consiglio di Sicurezza non può essere attribuito alla creatività italiana, a meno che non si conosca la storia, dato che esistono precedenti consolidati.  E’ avvenuto in altre cinque occasioni dalla metà degli anni ’50 alla metà degli anni ’60, quando per esempio la Turchia e la Polonia compartirono il seggio nel 1960-61, la Romania e le Filippine nel 1962-63, e la Cecoslovacchia e la Malesia nel 1964-65.  Un successo sono state le sei occasioni anteriori al presente governo in cui l’Italia è stata eletta a pieno titolo, fino al mandato esaurito nel 2008.  D’altro canto si tratta di un’altra investitura priva di voto qualificante come quella su cui si regge lo stesso governo che la denota alla stregua di un trionfo.  Viene poi da chiedersi come si faccia a non essere incisivi quando l’Italia è da tempo il più grande apportatore di caschi blu fra i paesi occidentali e il settimo maggior contribuente al bilancio regolare dell’Onu per il controllo delle aree di crisi e la promozione della democrazia e lo sviluppo sostenibile.

Il folclore diplomatico.  Le proposte vengono generalmente presentate dai gruppi regionali con un vasto anticipo e le negoziazioni con i membri dell’Assemblea Generale possono durare anche un paio d’anni.  L’Italia aveva già inoltrato il dossier nel 2009, ma la posizione rispetto alla propria candidatura e il raggiungimento degli obiettivi delle Nazioni Unite si è verosimilmente articolata con una tempistica e una levatura non proporzionate alla contesa.  Negli ultimi giorni della campagna elettorale tuttavia la diplomazia italiana ha inteso quali tattiche adottare per superare i dubbi e vincere le titubanze dei paesi membri.  Una pausa caffè con prodotti nazionali è stata offerta all’intera Assemblea Generale in un’ampia sala posta al secondo piano del Palazzo di Vetro; e in due occasioni nella sala dei delegati sono state organizzate degustazioni gratuite di gelato con un’ampia selezione di gusti dalla nocciola, al pistacchio e il sorbetto al limone.  Non è mancata una funzione elegante alla Morgan Library con risotto mantecato da Lidia Bastianic per oltre 400 invitati.  C’erano anche un paio di sottosegretari agli esteri, ma a detta di alcuni invitati non si sarebbero visti né l’ambasciatore statunitense né quello russo.  Peccato inoltre che le telefonate ai delegati arrivino direttamente dai ministeri dei rispettivi paesi, in molti casi solo alcune ore prima del voto, e le decisioni finali del Consiglio di Sicurezza non si giochino nelle kermesse di moda e motori a Madison Avenue.

La partita.  Con quaranta conflitti e undici guerre dichiarate nel mondo, il Consiglio di Sicurezza dovrà adottare decisioni importanti e delicate per l’equilibrio universale.  L’Italia si è autoritratta come il crocevia del Mediterraneo, ha sfoderato la sua esperienza nella gestione dei rifugiati e la sua expertise negoziale in situazioni di crisi.  Probabilmente l’argomento da parte di un governo che non è nemmeno riuscito a trattare in Europa sulla questione delle migrazioni, e che ha preferito ignorare l’avanzata dello Stato Islamico alle porte di casa nel caos libico, non deve essere parso efficace.  Il peso geopolitico dell’Italia nel merito dei grandi rivolgimenti in atto nel Maghreb e nel Medio Oriente, non ha potuto contro il prestigio diplomatico dell’Olanda e della Svezia, nonostante la loro secondarietà strategica, complici indugi e inettitudini, e una visione generale di paese che rimane a latere tanto delle emergenze come dei mutamenti della storia.

Eppure l’Italia non è un attore marginale.  Dal suo ingresso all’Onu nel 1955 ha sostenuto le missioni di pace con autonomia logistica e operativa senza pesare, come altri, sulle risorse comuni, ma ciò non è servito a guadagnare voti significativi dai paesi che se ne beneficiano.  Di consuetudine, ha esercitato un’influenza considerevole su parte dell’area europea e pacifica.  All’Assemblea Generale a ogni paese corrisponde un voto a prescindere dalle sue dimensioni, importanza economica, o ruolo nell’ordine globale.  E nei trascorsi vent’anni, l’Italia ha soprinteso una coalizione di micro-stati che le ha permesso di impedire la riforma della Carta delle Nazioni Unite che avrebbe ampliato l’ingresso al Consiglio di Sicurezza di Germania, Giappone, Brasile e India, in qualità di membri permanenti.

A dispetto di tutto, il cambio climatico e le “smart alliances” per affrontarne la complessa e indifferibile problematica, su cui si sono centrate le consultazioni olandesi, e che potrebbero non essere un tema algido per l’imminente biennio del Consiglio di Sicurezza, hanno goduto della medesima considerazione della pretesa capacità italiana di dialogo e intervento regionali a fronte della stabilizzazione del Maghreb, la pacificazione della Libia e la vigilanza dei flussi migratori clandestini verso l’Europa.  Nel coro di altri paesi dell’Ue, attraverso meccaniche dichiarazioni pubbliche istituzionali che nulla hanno mai aggiunto alla comprensione profonda delle sfide o alla proposta di soluzioni, si è recitato il mantra della necessità di un mandato chiaro e la presenza di condizioni politiche per la realizzazione di azioni precise, ma chissà che non sia stata proprio l’ambiguità dell’Italia in politica estera e di difesa, e la recente mediocre prestazione in tali ambiti, a non convincere della propria imprescindibilità al Consiglio di Sicurezza.

Il prezzo da pagare.  L’autorevolezza è una dimensione caduca che si costruisce con perizia e si mantiene con sagacia. Il Mediterraneo, e la Libia in particolare, sono stati per l’Italia un banco di prova per la sua competenza strategica nel favorire l’affermazione di uno stato di diritto e libertà fattuali a conclusione della guerra di liberazione dal regime di Gaddafi, nell’incentivare la lotta al commercio illegale di armi, il contrabbando di petrolio, la tratta di esseri umani, e nel contrastare l’espansione territoriale e terroristica di matrice jihadista.  Impegno che non risponde solo alla vocazione democratica del paese, o alla sicurezza dell’Europa intera, ma che attiene nondimeno alla protezione della nostra politica energetica.  Quasi niente è avvenuto dal punto di vista della diplomazia e della cooperazione fra i due paesi, salvo restando la continuazione in scala ridotta delle attività dell’Eni.  La persistenza di due distinte linee di politica estera con diverse priorità – una della Farnesina, incline al proseguimento del dialogo tra le fazioni in lotta, e l’altra del governo, spostata su uno dei due fronti, anche militarmente se necessario (entrambe ormai superate dalla costituzione del nuovo governo e dall’accelerazione statunitense per il suo consolidamento), deve aver rafforzato l’idea di un’Italia ondivaga e scarsamente lungimirante.

La politica bulimica schierata sull’asse Egitto-Emirati Arabi Uniti, ovvero sul triangolo d’oro degli appalti del Mar Rosso e delle forniture militari, frutto di una mentalità che resta provinciale, confligge con la retorica populista e falsamente internazionalista profusa all’indomani delle tragedie collettive.  E le minacce all’Egitto nella forma della sospensione di rapporti commerciali, come se fosse questi a inseguire l’Italia e non viceversa, a seguito della drammatica scomparsa ancora non chiarita di un cittadino italiano che ha occupato l’attenzione dei mezzi di comunicazione, sono una mostra di inequivocabile cinismo.  Il presidente del consiglio è stato l’unico capo di stato europeo a recarsi in Egitto nei mesi scorsi per incrementare il giro di affari sia con questo paese sia con gli Emirati.  Il prezzo corrisposto in termini di credibilità viene forse dallo scarto fra l’eloquenza scontata dei tweets e dei posts e la realtà spicciola misurata in carta moneta.  Magari risale finanche all’abusata pratica del piede in due scarpe con il Qatar che, sul fronte opposto a quello caldeggiato dall’Italia, foraggia le forze islamiste salafite, dove si sono infiltrati i miliziani dello Stato Islamico, e che allo stesso tempo conduce disinvolti investimenti miliardari nel nostro paese.

Sebbene l’Italia ambisca a guidare un’eventuale operazione di peacekeeping varata dall’Onu in Libia, che la realpolitik potrebbe assegnargli in un futuro prossimo, per il momento nessun mediatore di spicco in rappresentanza del paese è stato incluso nei colloqui per il governo di unità nazionale o alla guida dell’esistente missione di supporto delle Nazioni Unite (Unsmil, per la sua sigla in inglese) prima insediata a Tripoli e ora in via temporanea a Tunisi. Un mandato dimezzato al Consiglio di Sicurezza può essere poco o molto tempo per realizzare le proprie aspirazioni, tutto dipende se si sa cosa fare e se si fa la cosa giusta.