Il presente saggio include una serie di riflessioni di svariati soggetti su ciò che è avvenuto in Italia negli ultimi vent’anni e cioè una sorta di annientamento del ceto medio a favore delle classi più ricche. La riduzione del ceto medio italiano vicino all’area della povertà ha portato e sta portando al disastro di tutta la società e del sistema Italia. Naturalmente i dati contenuti sono aggiornati al momento delle singole riflessioni, il cui insieme viene qui presentato.

La legge di stabilità per 2013, dalla prossima settimana in discussione alla Camera, avrebbe alcune misure che vengono fatte apparire come un vantaggio per le fasce più deboli. In sintesi, se confermate, vi sarebbero i seguenti provvedimenti:

  1. Per i redditi fino a 15 mila euro un risparmio dell’1%, ossia al massimo 150 euro;
  2. Per i redditi sopra i 15 mila euro, oltre al risparmio dell’1% fino ad un massimo di 280 euro, vi sarà un taglio delle detrazioni fiscali di cui dirò in seguito

Per tutti vi sarà l’aumento dell’1% dell’Iva a partire dal mese di luglio.

Tale aumento sarà devastante per i redditi esentati dalla tassazione (sotto 8 mila euro) che avranno solo l’aumento dell’Iva; farà quasi annullare la riduzione di aliquota per i redditi sino a 15 mila euro.

Gli oneri sin qui deducibili saranno falcidiati, pe i redditi sopra i 15 mila euro, come segue:

  1. Per gli oneri per i quali è prevista la detrazione del 19% dell’importo pagato (spese sanitarie, interessi sui mutui dell’abitazione principale, assicurazioni sulla vita e infortuni, spese per l’istruzione, spese funebri, spese per badanti, spese sportive ragazzi, spese agenzia immobiliare,  spese veterinarie, , erogazioni liberali onlus, associazioni sportive e di promozione sociale, spese locazione studenti fuori sede, spese asili nido,) viene istituita una franchigia di 250 euro (che renderà del tutto indetraibili le spese  sportive)
  2. Per le sole spese interpreti sordomuti non è prevista franchigia
  3. Per tutti il massimo importo pagato su cui calcolare il 19% è di 3 mila euro, corrispondente a 570 euro d’imposta
  4. Per gli oneri deducibili direttamente dal reddito (canoni livelli e censi, spese mediche disabili, assegni di separazione o divorzili, contributi ai fondi integrativi, contributi alle ONG, indennità perdita di avviamento, erogazioni a favore di università) viene istituita una franchigia di 250 euro.

Secondo uno studio Eurispes  gli appartenenti al ceto medio, a seconda dell’ampiezza del nucleo familiare, si collocano nelle seguenti classi di reddito: dai 21.800 ai 23.000 euro, le famiglie di due persone; dai 29mila ai 30.600 euro, le famiglie con tre componenti; dai 35.500 ai 37.500 euro, i nuclei familiari di 4 componenti; dai 41.400 ai 43.700, le famiglie più numerose.

Come si può vedere queste famiglie, già tartassate, da tre manovre di Berlusconi-Tremonti e da altre due di Monti, sono quelle che più pagheranno anche questa volta.

Già nell’antichità Aristotele delineò la classe media come quella casta o gruppo che sta in mezzo fra coloro che posseggono molte sostanze e quelli che ne sono privi (Politica).

In termini di popolazione, il risultato netto è che se nell’Ottocento la borghesia era una classe intermedia, ma numericamente non dominante, nel secondo novecento il ceto medio diventerà la classe dominante numericamente, ed anche politicamente (almeno in via di principio nelle democrazie occidentali).

Solitamente il fatto che uno stato annoveri una percentuale elevata di individui all’interno del ceto medio è indice di benessere dello stato e della popolazione stessa. In questi casi uscire dalla zona di povertà è relativamente semplice, non c’è presenza di barriere sociali. Al contrario nei paesi in cui non c’è la presenza del ceto medio si passa da situazioni di povertà e fatiscenza a situazioni di ricchezza e lusso. In questi stati i ricchi, in minoranza, attraggono a sé la maggior parte delle occasioni e opportunità di lavoro, benessere e salute.

 

L’importanza del ceto medio, soprattutto con il diffondersi dell’istruzione e dell’industrializzazione, è venuta progressivamente aumentando. Spesso gli è però mancata la consapevolezza di questa sua importanza e del suo preciso ruolo nella società moderna. Soprattutto in Italia, ciò ha portato talune forze conservatrici o reazionarie a strumentalizzarlo per una politica di difesa dei privilegi e dello status quo, sotto il pretesto della difesa della tradizione intesa in senso formalistico.

 

Nel 2004, per l’Istat, in Italia sono 800mila le persone in più con un reddito inferiore al 50 per cento del reddito medio nazionale, inferiore cioè a 511 euro. La povertà interessa ora il ceto medio, famiglie con un’abitazione, gli anziani e, spesso solo per un periodo iniziale, gli immigrati. il vecchio ceto medio, asse portante del consenso politico nella Prima repubblica, si scopre «a rischio di poverta’». Assiste attonito a una perdita progressiva di status, a un peggioramento della posizione sociale, a una diffusione dell’incertezza che alimenta l’ansia. I suoi stipendi hanno camminato come lumache mentre i prezzi hanno corso da lepri. I Bot d’una volta li hanno traditi e basta un evento straordinario, come ad esempio la separazione coniugale, lo sfratto o la malattia grave di un congiunto — a far retrocedere alla poverta’ la condizione della famiglia-tipo dell’ex ceto medio.

 

In base ai dati forniti da Paolo Sylos Labini, i ceti medi urbani italiani, in cui l´autore raggruppa le principali categorie dei piccoli imprenditori, degli impiegati pubblici e privati, degli artigiani e dei commercianti rappresentavano nel 1881 il 23,4% della popolazione, mentre nel 1993 toccavano il 52%. Oggi secondo le stime si attestano attorno al 60%…

Accanto a questo primo, grande fatto strutturale ve n´è un secondo: il livello sempre più alto di istruzione che li caratterizza. Nel 2001… gli italiani in possesso di un titolo di studio medio, superiore o universitario erano diventati il 63,4% per cento della popolazione. Questa rivoluzione scolastica non colma il divario esistente rispetto a Germania, Francia e Gran Bretagna, ma è innegabile che il paese può vantare un ceto medio sempre più esteso e istruito. Il terzo elemento strutturale riguarda la composizione interna dei ceti medi. L´Italia ha una quota di occupazione indipendente (o lavoro autonomo) molto alta (il 26,4% dell´occupazione totale nel 2006) più elevata di qualsiasi altro paese europeo

Negli ultimi quindici anni il ceto medio si è diviso in due mondi, piuttosto diversi uno dall´altro… Chiamerei l´uno il ceto medio riflessivo, capace di bridging (cioè capacità di costruire ponti verso altri) e, in termini occupazionali, caratterizzato dal lavoro dipendente; l´altro il ceto medio concorrenziale, tendente al bonding (cioè tendenza a rafforzare i legami interni a uno specifico gruppo) e prevalentemente dedito al lavoro autonomo.

 

In tutta l´Europa si è sviluppato un ceto medio attivo nelle professioni socialmente utili, nel terzo settore e tra gli assistenti sociali, ma anche tra gli insegnanti e gli studenti, gli impiegati direttivi e di concetto del settore pubblico, i nuovi operatori nel mondo dell´informazione e della cultura… Ad ingrossarne le file è stato un numero sempre crescente di donne molto istruite, alla ricerca di un impiego adeguato alla loro professionalità, ma in forte difficoltà nel trovarlo, soprattutto al Sud… Questa componente dei ceti medi contemporanei in apparenza è dotata di notevole potenziale civico. Se guardiamo il caso italiano vediamo come l´opposizione al regime di Berlusconi provenga in parte considerevole da questi settori dei ceti medi.

La seconda agglomerazione è rappresentata da i ceti medi  prevalentemente dediti al lavoro autonomo e fortemente orientati al mercato…

… L´ultimo apporto del Berlusconismo… è l´esplicito appoggio a un elemento dei ceti medi che è  quello del lavoro autonomo e concorrenziale  a spese dell´altro, quello più riflessivo e basato sul lavoro dipendente. Berlusconi blandisce il primo con tutta una serie di carezze – agevolazioni fiscali, condoni edilizi, la depenalizzazione sostanziale del falso in bilancio… All´altro elemento dei ceti medi, il “Berlusconismo” riserva solo schiaffi come lo smantellamento progressivo della scuola pubblica, il degrado senza fine delle grandi istituzioni culturali, gli stipendi in calo verticale in termini di potere d´acquisto. Così – e questo forse è la sua eredità più dannosa – Berlusconi contribuisce in modo drammatico a spaccare il ceto medio, e ad incrementare il livello di incomunicabilità tra le sue due componenti principali.

Il rischio di povertà riguarda gli impiegati e gli insegnanti:  un’indagine della Od&m sostiene che dal 2001 al 2010 gli impiegati  hanno subito una perdita secca dell’1,8 per cento di retribuzione netta.  Ma un’altra indagine della Banca d’Italia ci dice che  ultimi 15 anni  non vi è evidenza di un assottigliamento dei ceti medi o di un  impoverimento delle famiglie.

Con la manovra viene massacrato il ceto medio, cioè coloro che fino all’ultimo pagano le tasse. Per noi la premessa e’ una sola: cancellare il contributo di solidarietà perché se il quoziente familiare può lenire la ferita, la ferita prima deve essere cancellata.

Sarebbe stata molto più giusta un’imposta patrimoniale sulle cose, piuttosto che colpire i soliti noti, piuttosto che colpire il ceto medio che tira la carretta e non evade neanche un euro ma viene penalizzato perché la politica non fa scelte serie.

Pier Ferdinando

Gli appartenenti al ceto medio, a seconda dell’ampiezza del nucleo familiare, si collocano nelle seguenti classi di reddito: dai 21.800 ai 23.000 euro, le famiglie di due persone; dai 29mila ai 30.600 euro, le famiglie con tre componenti; dai 35.500 ai 37.500 euro, i nuclei familiari di 4 componenti; dai 41.400 ai 43.700, le famiglie più numerose.

 

Sono 18.896.000 gli italiani che, stando all’Istat, si sentono minacciati dalla miseria pur non potendo essere definiti tecnicamente indigenti perché sono proprietari della casa in cui vivono (salvo dover finire di pagare il mutuo) o perché possono esibire una dignitosa busta paga, quando non è sforbiciata dalla cassa integrazione. O, ancora, perché il loro stile di vita è stato fin qui caratterizzato da un accentuato consumismo. Che ha svuotato i portafogli e inaridito la speranza.

«I dati più recenti sconcertano», esordisce Revelli parlando con Famiglia Cristiana. «Sono quasi 4 milioni gli individui che arrivano in affanno alla fine del mese e che non potrebbero affrontare una spesa imprevista di 700 euro senza andare sotto. A essi vanno aggiunti altri 3,5 milioni di italiani che faticano a far quadrare i conti al punto da non aver avuto denaro, nell’anno precedente l’intervista, per comprare cibo o vestiti ovvero per pagare il medico. Sono circa 6 milioni, infine, i connazionali che hanno casa, auto, Tv, lavatrice e lavastoviglie ma attraversano un momento di difficoltà. Si tratta di operai, impiegati, professori, lavoratori autonomi, talvolta addirittura di manager. Basta un evento non previsto e costoro si sentono spinti verso il baratro della povertà».

Si va dal mancato rinnovo del part-time della moglie o da un periodo medio-lungo di cassa integrazione del marito (spesso moltiplicato per due, lui e lei forzatamente a casa) alla necessità di accudire un parente diventato improvvisamente non autosufficiente, a una cura specialistica non preventivata, alla separazione e al divorzio con le conseguenti spese, legali e non. La fotografia più aggiornata del ceto medio, in Italia, oggi ci mostra gente “in bilico” tra un elevato livello di aspettative e un ridotto margine di possibilità. Parliamo di coppie con uno o più figli, il cui reddito mensile, prima della crisi o dei rovesci familiari, era complessivamente di almeno 2.000 euro al mese, dunque ben distante, in partenza, dalla soglia della povertà fissata a 990 euro per due persone».

C’è un’Italia ricca, diventata spesso tale grazie a privilegi accordati piuttosto che per meriti messi a frutto, un’Italia che nel 2009 ha immatricolato 629 Ferrari, 141 Lamborghini e 503 Maserati. Ma c’è, ed è sempre più grande, un’Italia impoverita che le Caritas diocesane conoscono a fondo: nella maggioranza dei casi non si veste di stracci, memore dello status avuto nonché del decoro ereditato dai genitori, dell’istruzione ricevuta e delle relazioni sociali. Dal profilo “a botte” che fino a ieri caratterizzava le società occidentali, con gli estremi relativamente ristretti e un gran corpo centrale costituito, appunto, da un ceto medio esteso e crescente, si è passati all’immagine di una clessidra asimmetrica con un piccolo serbatoio in alto (sempre più in alto), un segmento centrale a collo di bottiglia e una vasta base su cui continua a depositarsi la sabbia che cade. Una verità granitica anche al netto delle sacche di elusione e di evasione fiscale che inevitabilmente alterano i dati statistici ufficiali».

Luca Ricolfi: «La borghesia italiana non è mai stata liberale, né ha mai cercato sul serio di ridurre il ruolo della politica. Ha semmai sempre cercato di usare la politica, per ottenere favori, esenzioni, posizioni di rendita, informazioni riservate, commesse, sussidi. I ceti produttivi del Nord non sono nemmeno riusciti a strappare un federalismo degno di questo nome».

E mentre i ceti produttivi fanno quotidianamente i conti con le conseguenze della crisi economica, c’è chi si domanda che cosa faccia e dove sia la borghesia italiana, soprattutto al Nord. In altra epoca, nel 1980, guidata dalla Fiat, la marcia dei quarantamila a Torino segnò uno spartiacque.

La borghesia italiana non è mai stata liberale, né ha mai cercato sul serio di ridurre il ruolo della politica. La borghesia italiana, specie la grande borghesia, ha semmai sempre cercato di usare la politica, per ottenere favori, esenzioni, posizioni di rendita, informazioni riservate, commesse, sussidi. È un ceto fortemente parassitario, più interessato a pilotare le risorse della politica che ad affrancarsi da essa.

Vi sembra possibile che, in occasione dell’ultima manovra, la Confindustria e Rete Imprese si siano lasciate scippare l’aumento dell’Iva, ossia l’unica carta che gli esportatori avevano per ridare un minimo di fiato alle imprese?

Se si fosse voluto far ripartire la crescita, i 4-5 miliardi dell’aumento dell’Iva avrebbero dovuto e potuto essere usati per abbassare l’Irap e/o l’Ires.

Ma le sembra che, se Rete Imprese Italia, l’organizzazione di rappresentanza dei “piccoli”, fosse al passo con i tempi, durante questa manovra si sarebbe lasciata paralizzare dagli opposti interessi dei commercianti e dei piccoli imprenditori in materia di Iva?

Nei prossimi anni potremmo assistere – ma è solo un’ipotesi, che non considero particolarmente probabile – a una riscossa dei produttori, ma sganciata da istanze territoriali: una sorta di “marcia dei 40 mila” contro il parassitismo.

. Bollati non riuscì a identificare un ceto sociale capace di mettersi alla testa di un progetto di modernità diversa. Il suo giudizio sui ceti medi contemporanei, per esempio, fu assai sprezzante. David Bidussa, nella sua introduzione eccellente alla nuova edizione de L’Italiano, riporta un’intervista con Bollati del 1995 in cui si fa riferimento a «una classe media ignorante e arrogante che ormai occupa i tre quarti della società, ma non sa pensare in termini generali.

». In tutta l’Europa si è sviluppato un ceto medio attivo nelle professioni socialmente utili, nel terzo settore e nel servizio sanitario nazionale, ma anche tra gli insegnanti e gli studenti, gli impiegati direttivi e di concetto del settore pubblico, i nuovi operatori nel mondo dell’informazione e della cultura. Questo ceto medio ha fame di un’altra visione della società e dell’economia, della politica e della cultura. Lo troviamo dappertutto: nelle associazioni della società civile, nelle grandi manifestazioni contro il Berlusconismo dal 2002 in poi, in modo massiccio nei festival dei libri – a Torino, a Mantova e altrove. La componente più giovane, molto più precaria della generazione precedente, invade annualmente le strade di Ferrara per il festival del settimanale Internazionale.

Questo ceto deve misurarsi con il problema posto nel lontano 1972 da Giulio Bollati: esiste «un modo italiano di essere moderni?» E la sua risposta dipenderà in gran parte dalla capacità di adoperare una strategia di bridging invece che di bonding, cioè di costruire ponti verso altre sezioni della società invece che rafforzare soprattutto i legami al proprio interno.

Quando si tratta di stangare non restano che loro, quelli della middle class , né troppo poveri da meritarsi l’esenzione né troppo ricchi da garantirsi l’evasione. Gente che è facile trovare, perché sai dove abita e quanto guadagna, e lo sai per una ragione molto semplice: perché paga le tasse.

Prendete il cosiddetto contributo di solidarietà: è stato concepito come una tassa sui benestanti, e per questo è puntato sul segmento medio-alto dei contribuenti italiani: chi dichiara da 90 mila euro in su. E però questi fortunati, che poi guadagnano meno di 4000 euro netti al mese e tanto ricchi dunque non sembrano, sono appena mezzo milione di persone: solo l’1,2% di tutti coloro che pagano l’Irpef, ma il 19,6% dell’intero gettito. Sono cioè, tecnicamente parlando, i «soliti noti».

con il contributo di solidarietà per gli autonomi. Il consiglio dei ministri aveva deciso che per loro sarebbe partito da una soglia più bassa, 55 mila euro, perché la differenza doveva «incorporare» l’evasione. I 55 mila di un autonomo, insomma, in Italia corrispondono ai 90 mila di un dipendente. Ma la norma è saltata perché la disparità di trattamento sarebbe incostituzionale, con il risultato che nella rete di autonomi ne resteranno davvero pochini. Siamo alle solite: questa storia spiega bene come l’ingiustizia all’origine del male sociale italiano, quella fiscale, si riproduca e si amplifichi all’infinito: chi paga più tasse ordinarie pagherà anche più tasse straordinarie, più addizionali, più una tantum, due tantum, tre tantum, in una catena di «progressività» che ha portato questa fascia di ceto medio a una tassazione oscillante tra il 48% e il 53%, senza paragoni in Europa.

Erano il 40%, nel 2006, gli italiani che ritenevano di appartenere al ceto popolare o alla classe operaia, oggi sono il 46%. Quanti si “sentono” ceto medio sono diminuiti, in modo speculare, dal 54 al 49%.

I risultati dello studio effettuato sulle famiglie fiscali, passate da 84mila nel 2007 a 119mila nel 2010, rivelano come l’inflazione e il caro vita abbiano spazzato via la debole crescita dei redditi, del 2,54%, evidenziando una reale perdita di potere di acquisto di quasi il 3%, pari a 779,2 euro.

Il conto della mega-stangata, servita in due razioni dal governo, ricade in larga misura sui ceti medi e popolari. Colpiti, a luglio, dai tagli sulle deduzioni fiscali, sulle indennità assistenziali, sugli asili e gli altri servizi che i Comuni, con i bilanci all’osso, saranno costretti a ridurre.

 

E, adesso, dai blocchi delle tredicesime e dai licenziamenti facili. Ma, nella “Manovra 2”, fa capolino l’intenzione di chiamare all’appello anche chi sta all’altro capo della piramide sociale. Sui ricchi si abbatte il rincaro delle tasse sulle cedole dei fondi e delle obbligazioni, in parte compensata dalla minore tassazione dei depositi bancari. E, soprattutto, il contributo di solidarietà, rispettivamente del 5 e del 10 per cento, per i redditi superiori ai 90 mila e ai 150 mila euro, lordi. Tremonti scommette di ricavare da questo contributo 1 miliardo di euro l’anno. Su una manovra che supera abbondantemente i 100 miliardi di euro su tre anni, è un contributo limitato. Ma basta per dire che anche i ricchi pagano. Di quali ricchi, però, stiamo parlando?

Manageritalia, per conto della Cida, il sindacato dei dirigenti aziendali, l’86 per cento dei contribuenti che denunciano più di 90 mila euro l’anno sono lavoratori dipendenti e pensionati. Nello specifico, circa 300 mila dirigenti e quasi 140 mila pensionati.

. Nei 15 anni dal 1993 al 2008, prima, cioè, dell’ultima crisi, il reddito delle famiglie italiane, al netto dell’inflazione, è salito del 12 per cento, meno dell’1 per cento l’anno. Ma non è andata nello stesso modo per tutti, forse a dimostrare che le stangate non lasciano gli stessi segni a chiunque. In questi 15 anni, il reddito medio dei lavoratori dipendenti è salito, senza contare l’inflazione, del 4 per cento. Di fatto, le buste paga sono rimaste, più o meno, più o meno, quelle dei tempi di Tangentopoli e del governo Amato. Al contrario, i redditi di imprenditori, liberi professionisti, commercianti e artigiani sono arrivati a gonfiarsi, anche nonostante la brusca caduta degli ultimi anni, del 25 per cento. In soldoni, tolta l’inflazione, la busta paga dell’impiegato, fra il 1993 e il 2008, è passata da 1.000 a 1.040 euro. Il compenso dell’idraulico da 1.000 euro a 1.250.

Solo il 10 per cento dei lavoratori dipendenti dichiara di guadagnare più di 60 mila euro l’anno. Mentre lo dice (alla Banca d’Italia) il 25 per cento dei lavoratori autonomi e indipendenti. Ad un risultato analogo si arriva se, invece del reddito, si usa un parametro assai più efficace per disegnare la piramide sociale italiana, al di là della nebbia delle denunce dei redditi: la ricchezza, ovvero il reddito accumulato negli anni. L’Italia vive, infatti, la singolare contraddizione di essere, sulla base dei dati ufficiali, un paese ricco, con redditi bassi. La ricchezza netta delle famiglie italiane è pari al 5,7 per cento della ricchezza mondiale, mentre siamo solo il 3 per cento del Pil e l’1 per cento della popolazione globale. E’ una ricchezza media, naturalmente, ma il dato proietta, in tempi di discussione sul declino nazionale, un paradosso. Nessun paese sviluppato al mondo è così ricco, rispetto al reddito disponibile: siamo otto volte più ricchi di quanto riusciamo a produrre in un anno. Negli Stati Uniti il rapporto è 5 a 1. Vicino ai nostri livelli arriva solo la Gran Bretagna.

Il recente sondaggio realizzato da IPR Marketing in esclusiva per Plus24 ha restituito questa fotografia: un italiano su due fatica ad arrivare a fine mese, e in pochissimi riescono a mettere da parte qualcosa. Circa il 50% della popolazione (era il 25% un anno fa) per andare avanti deve indebitarsi, e ricorrere a prestiti vari. Le entrate del 2011, quindi, sono state sufficienti a coprire le spese per il 54% degli intervistati, e insufficienti per il 36%, mentre sono state più che sufficienti solo per l’8 per cento. L’anno scorso il 39% degli italiani ha speso tutto il reddito, senza risparmiare nulla, e il 24% ha speso anche di più, intaccando i risparmi.

Anche qui il ceto medio, già sinonimo di benessere, ha perso più potere d’acquisto degli altri. Secondo l’ultimo rapporto sulle retribuzioni dei dipendenti privati in Italia, stilato da Od&m consulting (Gi group), le retribuzioni dei dirigenti sono aumentate dell’1,6%, quelle degli operai del 2,2%; le retribuzioni dei quadri sono diminuite dello 0,2% e quelle degli impiegati dello 0,6 per cento. Ma nel 2011 l’inflazione è aumentata del 2,8%, secondo i dati Istat.